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FCA/ Fusione con Gm, le 2 incognite che pesano sui piani di Marchionne

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Per Marchionne quindi le dimensioni non sono una preferenza, sono una inderogabile necessità. E per quanti si chiedono che chance abbia la “pulce” Fca di sposare il colosso Gm, quattro volte più grande e altrettante meno indebitato, esistono due risposte non ovvie ma pesanti.

La prima riguarda la visione che Marchionne ha e Mary Barra, attuale ceo di Gm, non ha. Per quest’ultima le difficoltà del mercato e dell’innovazione si possono fronteggiare “stand alone”, cioè senza fusioni, e non presuppongono un’ulteriore crescita dimensionale, ma la sua visione – diversamente da quella di Marchionne - non riscalda gli animi degli investitori che detengono la maggioranza del capitale Gm.

La seconda riguarda appunto la composizione diversissima del capitale dei due gruppi. Fca è controllata al 30,1% dalla famiglia Agnelli che però ad Amsterdam vota per il 42% grazie all’effetto moltiplicatore del voto plurimo. Anche diluendosi di 4 volte nella società post-fusione Fca-Gm, la Exor resterebbe dunque a oltre il 10%, confermandosi di gran lunga il maggior singolo azionista di un gruppo ormai tanto grande da essere inscalabile. L’azionariato di Gm è invece interamente composto da azionisti istituzionali e fondi comuni che non hanno visione imprenditoriale diretta e guardano solo alla direzione segnata dal ceo. E nel confronto di strategie e “carisma” la gara con Mary Barra per Marchionne non presenta incognite.

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