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Motori

QUOTAZIONE FERRARI/ Fca, il bello arriva adesso (ma non per Marchionne)

Dopo la fusione con Chrysler e lo scorporo di Ferrari, ora per Sergio Marchionne arriva la sfida più difficile sul futuro di Fca. Ce ne parla FRANCO OPPEDISANO

Sergio Marchionne (Infophoto)Sergio Marchionne (Infophoto)

Il bello arriva adesso. Dopo la fusione con Chrysler e lo scorporo di Ferrari, le mosse finanziarie a disposizione dell’amministratore delegato di Fca Sergio Marchionne sono ridotte al lumicino. C’è ancora spazio per una vendita di Magneti Marelli, dei quotidiani e dei robot industriali, ma a parte l’azienda di componentistica, la Comau, che è un vero gioiellino con stabilimenti in tutto il mondo, non c’è più trippa per un gattone come Marchionne. Ora bisogna fare automobili e venderle. Mettere in atto la strategia industriale che ha già disegnato o cambiarla alla luce dei cambiamenti dei mercati internazionali. In ogni caso, deve arrivare entro un paio di anni vicino a quota 7 milioni di automobili immatricolate nel mondo che, come lui stesso ammette, farebbe sopravvive l’azienda in un settore maturo e competitivo come quello dell’automotive.

Ma quante probabilità ha di raggiungere questo obiettivo? Poche, e per molti motivi che proviamo a elencare. Primo: gli investimenti per fare concorrenza ai costruttori premium tedeschi con la nuova Alfa Romeo sono al di là della sua portata. Occorrerebbero troppi soldi e troppo tempo e il ritorno sull’investimento non è del tutto scontato. L’esperienza di Maserati che, dopo un exploit molto positivo, fatica a mantenere un trend di vendite importanti per mancanza di nuovi modelli è un segnale d’allarme significativo. Secondo: Fiat rimane sempre leader di vendite in Brasile, ma in un mercato che si sta sgonfiando a ritmi impressionanti (-30% sul 2014) e le mancate immatricolazioni in Sudamerica non solo pesano sui numeri finali dell’anno, ma si noteranno anche e soprattutto in termini di mancati margini di guadagno.

Terzo: la Cina è stata, è e sarà ancora per moltissimo tempo un universo proibito per il Lingotto. In quello che è il primo mercato del mondo con 17 milioni di immatricolazioni, i modesti obiettivi di vendita di Fiat (100 mila auto) non sono stati raggiunti e anche l’arrivo di Jeep è stato accolto bene dai consumatori, ma senza quel boom di vendite che i più ottimisti preconizzavano. Infine, la crisi dei mercati emergenti ha tarpato le ali ai progetti di Marchionne nel Medio Oriente, in Russia e nel Sud-est Asiatico. Fiat ci arriva tardi, senza prodotti specifici, senza una strategia e senza gli investimenti necessari per svilupparla.

In questo quadro, la crescita continua del marchio Jeep e il buon andamento dei mercati europei e di quello nordamericano serviranno soltanto a mantenere l’azienda in linea di galleggiamento e non a farla crescere. Inoltre, l’affaire Volkswagen, che nel breve periodo potrebbe avere dei risolti positivi in termini di vendite nel Vecchio continente e in Usa, nel medio termine avrà come conseguenza la necessità di mettere in campo maggiori investimenti in ricerca e sviluppo per stare al passo con le normative anti-inquinamento o le nuove tecnologie elettriche e ibride.