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SPY FINANZA/ Volkswagen e la guerra pronta per Fca

Quella conclusa non è stata una settimana facile per Fca, che rischia comunque di trovarsi di fronte a una situazione complicata. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

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È stata una dura settimana per Fca quella che si è appena conclusa. Il pressing messo in campo dal ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, non è infatti andato a buon fine: la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per il mancato adempimento, da parte appunto di Fiat Chrysler Automobiles, degli obblighi derivanti dalla normativa Ue in materia di omologazione dei veicoli. Primo sprofondo in Borsa, -4,6% a fine contrattazioni di mercoledì. A generare il caso - cosa importante da sottolineare e capirete dopo il perché - è stata una richiesta tedesca del settembre 2016: la Commissione è stata chiamata in causa come mediatore «nel disaccordo fra autorità tedesche e italiane sulle emissioni di ossidi di azoto prodotte da un'auto omologata in Italia». Durante la mediazione, conclusa positivamente, «la Commissione ha esaminato i risultati delle prove di emissioni e le informazioni fornite dall'Italia» e al termine di tale esame, ora l'esecutivo «chiede formalmente all'Italia di dare una risposta alle sue preoccupazioni circa l'insufficiente giustificazione fornita dal costruttore in merito alla necessità tecnica - e quindi alla legittimità - dell'impianto di manipolazione usato e di chiarire se l'Italia è venuta meno al suo obbligo di adottare misure correttive per quanto riguarda il tipo di veicolo Fca in questione e di imporre sanzioni al costruttore di auto». 

Ma non basta, perché il giorno successivo, il 18 maggio, dagli Usa rimbalzavano voci di una possibile stretta del governo americano. Stando a Bloomberg, il Dipartimento di giustizia sarebbe pronto a fare causa a Fiat Chrysler, se i negoziati in corso - quelli sulle accuse di violazione delle normative sulle emissioni - falliranno. Citando due fonti vicine al dossier, l'agenzia dice che la causa potrebbe essere intentata in tempi brevissimi, mentre i colloqui con il gruppo guidato da Sergio Marchionne per tentare di raggiungere un accordo sono ancora in corso. La causa - veniva sottolineato - potrebbe portare a un'escalation che rischia di esporre il gruppo Fca a sanzioni severe. Nei documenti legali in via di preparazione l'accusa a Fca è quella di aver usato dispositivi software illegali per aggirare i controlli sulle emissioni inquinanti di alcuni modelli diesel della casa automobilistica. La Volkswagen - si ricorda - nel 2015 ha ammesso di aver utilizzato sistemi illegali per superare i test previsti dalla normativa Usa, disattivandoli in seguito. Stando all'Environmental Protection Agency (Epa), le sanzioni verso la casa italo-americana potrebbero ammontare fino a 4,6 miliardi di dollari. Di fatto, una mazzata colossale. Oltretutto, in un contesto globale per il mercato auto come quello che ci mostra questo grafico: per la prima volta dal gennaio 2009, le vendite di automobili su base annua in tutti i tre principali mercati auto mondiali sono calate, con l'Europa occidentale a -6,8%, la Cina a -1,8% e gli Stati Uniti a -3,7%. 

Questi tre mercati, combinati insieme, pesano per il 70% di tutte le vendite auto globali, su dato Bloomberg. E mentre le aziende legate alla componentistica hanno passato buona parte di questo inizio 2017 a ignorare, quando non negare, i crescenti segnali di criticità che l'industria stava fronteggiando, qualcuno finalmente comincia a mettere in guardia. Ford ha appena annunciato 20mila licenziamenti, il 10% dell'intera forza lavoro, Nissan Motor ha previsto un calo dei profitti per quest'anno e Toyota Motor si attende un 18% di flessione. A questo, possiamo unire la fosca previsione del team automotive di Morgan Stanley, guidato da Adam Jonas, il quale si attende un calo del 50% del prezzo delle auto usate nei prossimi 4,5 anni, di fatto un'ulteriore, enorme criticità per chi ha invece ha bisogno di piazzare sul mercato e vendere automobili nuove. 

Bene, veniamo all'aspetto interessante della vicenda e al riferimento alla Germania che facevo prima. Se infatti in sede europea i tedeschi ci fanno le pulci, facendosi forti del ruolo di moderatore della Commissione (controllata chi sa da chi) nell'affaire emissioni, altrove la teutonica rigidità lascia il posto a trucchetti da biscazzieri. Come ricorderete, Volkswagen fu obbligata dalla giustizia statunitense a ricomprare circa 500mila modelli di automobile diesel manipolate per passare i test sulle emissioni negli States, questo in caso il produttore non fosse stato in grado (o non avesse avuto la volontà) di rimetterli a norma. A parte per pochissimi modelli del 2015, i concessionari Volkswagen negli Usa non possono quindi vendere quelle auto, a meno che la casa madre non operi modifiche tali da soddisfare i regolatori americani: e cosa ci ha fatto Volkswagen con quelle decine di migliaia di auto che è stata forzatamente costretta a ricomprare? Nulla di più facile: li ha stoccati in lots sparsi negli Stati Uniti. E lo conferma tranquillamente la portavoce del gruppo, Jeannine Ginivan, a detta della quale quello in atto «è un programma senza precedenti in termini di volume e scopo e noi abbiamo devoluto significative risorse e personale per assicurarci che sia portato avanti nel modo più ininterrotto possibile». 

Le località scelte per "inguattare" le automobili sarebbero tre, sostanzialmente, almeno stando alle scoperte di David Tracy di Jalopnik: una a Pontiac, in Michigan, un'altra a San Bernardino, in California e l'ultima a Baltimore, in Maryland. Queste foto sono esemplificative del caso, mostrando i tre punti di stoccaggio, ma se volete una panoramica più ampia, potete utilizzare questo link o addirittura Google Street View. 

Il primo centro di "parcheggio" è il Pontiac Silverdome, nel sud-est del Michigan, un tempo location che ospitava le gesta sportive di Detroit Lions di football e Detroit Pistons di basket, oltre che il 16mo Super Bowl, tutti i tornei del basket universitario Ncaa e alcuni match della Coppa del mondo di calcio. Ora l'impianto è in disfacimento, abbandonato a se stesso: ma i suoi parcheggi sono utilissimi per stoccare auto che non si possono vendere e vanno alienate al mercato, quindi Volkswagen ha provveduto. C'è poi una remota parte della base aerea militare di Norton, a San Bernardino, che 20 anni fa è stata demilitarizzata, quindi utilizzabile a scopo civile: e, infatti, oltre a essere parte del San Bernardino International Airport, ospita anche qualche centinaio di Volkswagen e Audi che aspettano di conoscere il loro destino. C'è poi il porto di Baltimore, dove si trovano migliaia di modelli fermi. Si passa da vecchie Mk5 Jetta a nuovi modelli di Audi A3, fino alle Golf e agli sportwagons: tutte lì, nascoste agli occhi indiscreti. Tutti, tranne quelli dei segugi di Jalopnik

Insomma, immagini che prospettano recessione da saturazione del mercato, al netto degli incentivi federali per ora terminati, ma in casa Volkswagen tendono addirittura ad autocelebrare questa loro mossa. Ecco le parole di Matthew Welch, generale manager alla Volkswagen di Auburn, vicino a Seattle: «L'opinione pubblica non capisce il monumentale impegno che abbiamo profuso per fare tutto questo in un anno e mezzo. Non è mai stato fatto nulla di simile». E, attenzione, perché se i regolatori statunitensi devono fare il mea culpa per scene simili, visto che sono le loro leggi a permettere queste scappatoie, quanto ci vorrà perché anche GM sia costretta a fare lo stesso, visto che il dato delle scorte ha appena toccato il massimo record di circa 930mila unità? Forse, occorrerà che Fca capisca di essere in guerra, altrimenti rischia che le buone entratura di Volkswagen negli Usa, grazie alla politica di ja continuo della Merkel verso le varie amministrazioni, si trasformi in un'altra criticità, oltre a quelle del mercato. 

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