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DESIDERIO/ Da Bob Dylan a Steve Earle, l'infinita insoddisfazione del Rock

giovedì 23 dicembre 2010

DESIDERIO/ Da Bob Dylan a Steve Earle, l'infinita insoddisfazione del Rock La copertina del disco di Bob Dylan, "Desire"

«C’è una malinconia che sempre mi accompagna. Un dolore, presente. Non sono mai soddisfatto di nulla» mi diceva in una conversazione telefonica pochi giorni fa Antonello Venditti. Straordinario riconoscimento della naturale insoddisfazione che caratterizza l’essere umano, e, allo stesso tempo, affermazione del desiderio che emerge prepotente.

Come ha detto qualcuno proprio su IlSussidiario.net, «il fenomeno paradossale del desiderio umano che, in quanto tale, non può mai arrestarsi a una soddisfazione determinata e “oggettivata”, potrebbe significare anche un’altra cosa, e cioè che la natura dell’io è per così dire “fatta” o “strutturata” come rapporto con l’infinito».

Se c’è una forma di espressione artistica - se la parola arte non sembra troppo per quello che ci si ostina a chiamare solo canzonette - che ha espresso in modo magistrale proprio questa insoddisfazione del cuore dell’uomo, è la musica rock degli ultimi cinquant’anni. Pur fra (tanti) bassi e (pochi) alti. Ma quegli alti sono una testimonianza straordinaria. Ain’t Ever Satisfied si intitolava una canzone di Steve Earle, songwriter texano, “non sono mai soddisfatto”.




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