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BELA BARTOK/ Popolo, nostalgia e libertà. Guida all'ascolto della Suite Op. 14

venerdì 12 marzo 2010

Nel panorama della musica del XX secolo un autore si staglia al crocevia tra musica colta e musica popolare, riuscendo a coniugare in maniera non folkloristica o “intellettuale” le due tendenze in un unico, inconfondibile linguaggio. Stiamo parlando dell’ungherese Béla Bartók (Nagyszentmiklós, 25 marzo 1881 - New York, 26 settembre 1945), pianista raffinatissimo e compositore tra i maggiori dell’intera Storia della musica.

Magnifico esempio della capacità di sintesi bartokiana è la Suite op.14 per pianoforte di cui proponiamo la magistrale interpretazione dell’Autore.
Composta nel 1915-16 la pagina è divisa in quattro movimenti che ci forniscono molti spunti per affrontare e decifrare l’enigmatico e affascinante mondo musicale dell’artista ungherese.

Il primo numero della partitura è costituito da un robusto Allegretto in cui una melodia evidentemente modellata sul canto popolare viene più volte ripetuta in una singolare alternanza di intonazioni liete e pensose. È come se l’Autore, in questa prima parte di movimento, ci mostrasse con chiarezza che l’appartenenza a un popolo e alle sue tradizioni non risulta contraddittoria rispetto alla libera espressione artistica o, addirittura, a quella che potremmo definire arte d’avanguardia.

Così anche la successiva sezione [0’32”], più pensosa e inquieta, non rinnega le sue ascendenze folkloriche. È sorprendente vedere come Bartók non usi il materiale popolare come semplice ingrediente “caratteristico” ma lo assimili profondamente, facendolo diventare parte essenziale della sua lingua musicale. Il compositore non si riferisce dunque semplicemente al “popolare” ma pensa secondo quelle modalità retoriche.

 

BARTOK - SUITE OP. 14

 

 

La libertà rapsodica del linguaggio folklorico (specie di quello ungherese) permea anche il successivo Scherzo [1’43”], sorta di ronda di folletti in cui compare [1’58”] uno straniato tema di corni accompagnato da stridenti sistri acuti. 


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