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MARIJA JUDINA/ La pianista dimenticata

martedì 17 agosto 2010

Marija Judina (1899-1970) è stata una dei più grandi pianisti russi del ‘900, sconosciuta in Occidente ed emarginata in patria - dove pure era considerata un prodigio di perfezione musicale e tecnica - perché il regime aveva paura della sua fede senza riserve, del suo temperamento indomito e della sua indipendenza di vedute.

Tutti aspetti, questi, che non venivano semplicemente dal suo carattere, ma da un nucleo interiore che lei riconosceva come ineliminabile, irriducibile nell’uomo. Al tocco delle sue dita («artigli d’aquila», le definì Šostakovic), i tasti del pianoforte evocavano un altro mondo, trasfigurato, purificando la realtà da miserie e piccinerie, infondendole significato e speranza, donandole la bellezza.

«Esistono maestri diversi. Gli uni guidano ogni passo del discepolo, gli insegnano a camminare. Altri spalancano davanti al discepolo la porta che dà sul mondo, gli insegnano a vedere. Ma vi sono anche altri maestri, che si avventurano sull’unica via che si apre davanti a loro, quasi senza accorgersi di chi li segue e senza aver bisogno di chi li accompagni. Il loro fine è così remoto da non poter mai essere raggiunto, ma c’è sempre chi li segue, perché essi indicano l’essenziale: dove andare»: così Alfred Schnittke a distanza di anni avrebbe definito Marija Judina, un maestro «illuminato dalla fiamma costante di un fuoco inestinguibile - il fuoco di un esigente amore per gli uomini, che irradia un’inesauribile forza spirituale».

Questo continuo trascendere ciò che aveva davanti, questa continua tensione a un «oltre» sono la ferita, dolorosamente aperta, di Marija Judina, e la sua grandezza personale e artistica. Il suo è realmente il «cuore misericordioso» di cui parlano i Padri, un «cuore che arde per tutto il creato e si scioglie, per la grande misericordia che lo commuove, a somiglianza di Dio».


 

 

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