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LIVE IN TEXAS/ Fabrizio Poggi: anche i bianchi possono suonare il blues...

lunedì 17 ottobre 2011

Nascere dalle parti di Pavia negli anni Cinquanta significava crescere respirando nebbia, sentendo il profumo del vino dell’Oltrepo, perdendo lo sguardo tra i pioppi e le risaie. Massimo che ti poteva capitare era passare una giornata in treno, andando in stazione e scegliendo se puntare verso la vicina Milano o la più lontana Genova. «Nascere nel pavese è quello che è accaduto a me», mi racconta Fabrizio Poggi, musicista pavese con il pallino della musica roots americana, «e quindi per trascorrere il tempo o giocavi a pallone, o andavi a bere al bar del biliardo. Oppure imparavi a suonare uno strumento. Per noi che anche Milano era una città lontana a un certo punto sono arrivati libri, dischi e film che parlavano di un altro mondo, di un’altra cultura, roba affascinante che abbiamo iniziato a chiamare America. Io ho lasciato la scuola da giovane e sono andato a lavorare in fabbrica e quando ascoltavo certi dischi e leggevo certi romanzi ho iniziato a pensare sono nato nel posto sbagliato. E questo, invece che rattristarmi, mi ha messo in movimento... Sono gli scherzi che ci fa il Signore».
Direbbe Celentano: dai suoi anni sbarbati, Fabrizio ne ha fatta di strada e oggi, anno domine 2011, il ragazzo pavese che non aveva voglia di stordirsi di bonarda in un qualche bar della Bassa, ha già pubblicato una dozzina di album, tra cui il recentissimo Live in Texas, registrato con la sua ormai storica band, i Chicken Mambo. Nel cd ci sono dodici titoli, con qualche classicissimo (Jesus on the Mainline), alcuni dei suoi pezzi più belli (tra cui Hole in your soul, Save me Jesus, I whish to be in Texas), ma soprattutto con una parata di musicisti da far individia, da Flaco Jimenez alla blues-woman Marcia Ball.
Bianco come può esserlo uno nato nella patria delle mondine, Poggi è uno di quegli europei che ogni tanto si fanno amare dai più veraci bluesman del sud e dai quei musicisti che vivono tra Austin e New Orleans. Sono andato a farmi raccontare da lui stesso quale è il segreto di quella comunione artistica che rende la provincia pavese così vicina allo stato della stella solitaria

Poggi, non sarà una novità, ma questo Live in Texas dimostra ancora una volta che “anche i bianchi possono cantare il blues"...

Certo, ma è inutile dircelo tra noi bianchi, occorre sempre sentire cosa dicono loro, i padri, i fondatori. E su questo tema racconto un aneddoto personale. Nel gennaio di quest’anno ho avuto la fortuna di esibirmi  in Germania con i Blind Boys of Alabama. Stavamo cenando e ho chiesto a Jimmi Carter, un ragazzino di 85 anni che canta da quando ne aveva otto, «dimmi onestamente cosa pensi della mia musica, delle cose che ho inciso». E lui mi ha risposto, «guarda Fabrizio, io sono cieco dalla nascita quindi a me hanno spiegato cosa significa essere bianco o nero o finlandese. Non vedo niente e quindi credo a quello che mi dicono, ma soprattutto credo a quello che mi arriva al cuore. Così Fabrizio io non ti vedo, ma so che quando tu suoni l’armonica con noi, sei uno di noi, usiamo la stessa lingua». Ecco questo secondo me è il blues, questa è la musica delle tradizioni americane. Non una questione di pelle o di tecnicismo, ma qualcosa che si trasmette da un cuore all’altro…

Nel libretto che accompagna il tuo nuovo disco racconti un bellissimo istante al termine di una esecuzione di Hey Old Mama, una delle tue canzoni meglio riuscite…




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