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Musica e concerti

LA SCALA/ Don Giovanni, Prometeo o uomo d'argilla?

Questa sera al Teatro alla Scala di Milano, la Prima del Don Giovanni di Mozart. LUCA BELLONI ci accompagna alla scoperta dell'opera. La nostra epoca può ancora comprenderla?

Don Giovanni al Teatro alla Scala di Milano (Imagoeconomica)Don Giovanni al Teatro alla Scala di Milano (Imagoeconomica)

La nostra epoca, colma di spiritualismi senza spirito e di carnalità senza carne, può ancora comprendere la portata di un’opera come il "Don Giovanni" di Mozart?

La questione, secondo noi, è chiarissima e semplice.

Don Giovanni è, da più di due secoli, una delle palestre privilegiate per la speculazione di insigni “intellettuali” che discettano sul capolavoro mozartiano usandolo, nella maggior parte dei casi, come mero pretesto per fare sfoggio di erudizione o, peggio, tirando l’opera per la giacca fino a farle rappresentare le più disparate istanze culturali, dalla rivolta contro ogni forma di tirannia all’elogio del “libero amore” per tacere di alcune – originalissime (?) – letture psicanalitiche del “mito”.

Orbene, l’arte (e massime quella davvero grande) è tale anche perché ammette una pluralità di letture.  Il punto è che il capolavoro di Mozart-Da Ponte è letto, nella stragrande maggioranza dei casi, senza prestare troppa attenzione a quell’aspetto ermeneuticamente fondamentale che è la musica.

Già, perché i vari personaggi, il loro carattere intimo e l’incedere stesso della storia, la sua reale drammaturgia, sono dettati dall’interpretazione che del testo dà la musica.
E fin dall’inizio la musica recita una parola che non esitiamo a definire tragica: responsabilità, risposta.

I due stentorei accordi che aprono, drammatico sipario, l’Ouverture, sono veri e propri “poli” musicali (tonica e dominante, in termini tecnici) che si chiariscono a vicenda e, nella loro dialettica, sono l’uno la riposta all’altro.
Don Giovanni non vuole rispondere a nulla e a nessuno. È singolare che in un’opera dedicata a un seduttore troviamo solo un duetto di seduzione (di amore non si parla) cantato del protagonista.

Quando corteggia, Don Giovanni è sempre accompagnato dal suo “doppio”, dal servo Leporello che funge da scudo, da paravento dietro il quale nascondersi anche da se stesso.
Il “burlador” di Siviglia è una sorta di Dorian Gray della musica che, proprio perché incapace di rispondere a sé e agli altri, è inchiodato, musicalmente, a una tonalità (quella di Re) e, di fatto, non canta mai da solo, non si espone mai.

La furiosa “Fin ch’han del vino” è una sorta di orgiastica deformazione di sé, una vera e propria ek-stasis (uscita da sé) propiziata dalla bevanda inebriante, mentre la celebre serenata (“Deh vieni alla finestra”) è cantata per interposta persona (Don Giovanni si spaccia per un altro).