Musica e concerti
lunedì 27 giugno 2011
Volete vantarvi con gli amici, presentando loro un musicista sconosciuto, inclassificabile, ambiguo e sovversivo? Tirate fuori il nome di Harry Partch. Un pioniere, un visionario, marginalizzato dal suo tempo, ignorato da case discografiche, dimenticato da stagioni concertistiche, snobbato dagli studiosi, quasi ignorato dalla saggistica. Anticonformista, ribelle, iconoclasta, vulcanico innovatore. Accanito fumatore di pipa, gran consumatore di sostanze psicotrope. Il Frank Zappa della classica. Figlio della frontiera americana, nato da genitori presbiteriani, missionari in Cina, tornati in patria poco prima della sua nascita, avvenuta centodieci anni fa, il 24 giugno del 1901, a Oakland, in California. A soli due anni si trasferisce a Benson, Arizona, in un minuscolo villaggio lungo la ferrovia, trecento abitanti e undici saloon. È più il tempo che passa in strada (e al bancone dei saloon) che dentro le mura domestiche. Incontra musicisti ambulanti, diseredati, viandanti, homeless. Qualunque corpo vibrante (potenzialmente sonoro) lo attira. Impara a suonare clarinetto, harmonium, viola, organetti e fisarmoniche, banjo, chitarra, armonica, percussioni e cordofoni in gran quantità. A quattordici anni è pianista in un cinema di Albuquerque, New Mexico. Nel tempo libero consegna droga con la sua bicicletta scassata. Trascorre anni errabondi come hobo, nomade avventuriero, “viaggiatore senza meta, a cavallo delle rotaie, attraverso gli States”. Insofferente nei confronti dei percorsi didattici tradizionali, per più d’un decennio si tuffa nello studio dei fondamenti della musica occidentale.
Caro Enrico, grazie di aver ricordato una figura marginale, e per molti versi "geniale" come quella di Harry Partch. Al di là di ogni orientamento stitlistico o scelta estetica oggi ci sarebbe bisogno di qualcuno che, come l'americano, fosse disposto a rischiare davvero tutto per inseguire un ideale (non solo sonoro) senza preoccuparsi di consensi o possibili fallimenti.
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