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Musica e concerti

STRAVINSKY/ Il suono inconfondibile di un'immensa certezza

LUCA BELLONI ci guida all’ascolto del Canticum Sacrum ad honorem Sancti Marci Nominis di Igor Stravinsky, dedicato espressamente alla città di Venezia

La Basilica di San Marco a Venezia (Foto Fotolia)La Basilica di San Marco a Venezia (Foto Fotolia)

«L’uomo non può vivere senza una certezza sul proprio destino “solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente”». La scultorea definizione che Benedetto XVI ha regalato al Meeting di Rimini quest’anno nel suo messaggio di saluto costituisce per me il miglior viatico alla presentazione di un’opera musicale che sulla certezza si fonda, di certezza si sostanzia fino a divenire riflessione sui cardini della fede cristiana: Fede, Speranza e Carità.

Sto parlando del monumentale Canticum Sacrum ad honorem Sancti Marci Nominis di Igor Stravinsky. La pagina, dedicata espressamente alla città di Venezia, è una delle vette della produzione (non solo sacra) del compositore russo ed è nel contempo un atto d’amore dell’Autore verso la sede del suo ultimo soggiorno (Stravinsky ha voluto essere sepolto nell’isola di S. Michele), nonché testimonianza di una fede profonda e vivificante.

Architettonicamente la composizione (per due solisti, coro e orchestra di fiati con l’aggiunta di organo, arpa, viole e contrabbassi) è modellata sulla pianta della Basilica di San Marco (sede, nel 1955 della prima esecuzione, diretta dallo stesso Autore): cinque parti (precedute da una brevissima Dedicatio) come cinque sono le cupole della sede patriarcale; sezione centrale più estesa (la cupola centrale è la più grande) e avente come argomento le tre virtù cardinali (i mosaici della cupola centrale mostrano analogamente Cristo attorniato dalle Virtù).

Infine, la scansione interna del Canticum Sacrum segue uno schema con asse di simmetria centrale, essendo l’ultimo brano la rilettura retrograda (ovvero partendo dall’ultima nota e arrivando alla prima) quasi esatta del primo ed essendo il secondo e quarto numero affidati al medesimo organico, ovvero a un solista vocale. La tripartizione interna del brano centrale è poi il coronat opus di questa piattaforma simbolica giocata tra lo spazio (architettura) e il tempo (musica).

Una prima, profonda affermazione sulla certezza stravinskyana proviene proprio da questi dati macroformali e analogici. Poggiare su una tradizione, affidarsi al simbolo (che, in quanto rimando ad altro da sé presuppone l’esistenza di termine che chiuda il circolo simbolico) è già un segno di assenso al reale (come avrebbe detto Newman), una posizione pregressa di apertura e di fiducia nei confronti dell’esistente e della possibilità di costruire su di esso. In fondo ogni opera d’arte (anche la più lacerata e drammatica) è implicitamente l’affermazione di un ultimo giudizio sulla realtà grazie al quale c’è qualcosa (confuso quanto si vuole) per cui valga la pena di immergersi nella fatica della creazione.

È chiaro che tra il gioco affermato come ultima sostanza da tanta musica odierna e l’opera di Stravinsky esistono non poche differenze, ma queste vanno focalizzate soprattutto (anche se non solamente) sulla volontà (e, non va dimenticato, sulla capacità) di dire l’essenziale che il Maestro russo ha avuto e che oggi, ammesso e non concesso che venga compreso il significato di tale affermazione, non viene nemmeno preso in considerazione. Iniziando dunque il nostro piccolo viaggio nel cuore della pagina incontriamo prima di tutto una sorta di epigrafe ante rem, la già citata Dedicatio che è un omaggio alla città lagunare (e al suo patrono) sia nel testo che nelle allusioni musicali a un passato glorioso (la scuola veneziana dei Gabrieli ed ancor prima l’organum medioevale).