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L'INTERVISTA/ Dolcenera, il pop italiano che sogna David Bowie e Joni Mitchell

giovedì 15 settembre 2011

Tra tutte le donne italiane del pop apparse alla ribalta negli ultimi anni, Emanuela Trane – in arte Dolcenera – è una di quelle che ha il vantaggio di saper leggere le note del pentagramma. Trentaquattrenne pugliese, mora e dagli occhi grandi e splendenti, Dolcenera ha già cinque album all’attivo (tra cui i vendutissimi "Un mondo perfetto" e "Nel paese delle meraviglie"), decine di concerti, ma soprattutto è autrice delle sue stesse canzoni, cosa non indifferente nell’epoca dei talent show e del supermercato della musica da interpretare.
La prima volta che ho visto Dolcenera esibirsi era il 2008 e cantava un pezzo di McCartney, Carry that Weight in un concerto tributo ai Beatles a Sorrento. Lei aveva vinto qualche anno prima la sezione giovani di Sanremo e ci voleva una bella faccia tosta per confrontarsi con i mostri della popmusic. Ecco, avevo pensato: questa non ha sicuramente un difetto di personalità. Dolcenera stava in scena con la fisicità di una bella mediterranea carica di passione ed energia, tra microfono e pianoforte, apparentemente per nulla emozionata. Son passati alcuni anni e poco prima di uno dei suoi concerti dell’estate 2011 a Manzano, a due passi da Udine, è arrivata l’occasione di un’intervista. Dopo averla vista on stage, c’è da dire che il suo percorso musicale può divertire anche per chi nel pop melodico cerca qualche venatura rock, grazie a una band “assemblata con cura”, come dice la stessa Emanuela, “per mettere insieme un background rock-blues e soul. Per non parlare, poi, del batterista, che contribuisce al tutto con un sound molto potente, quasi heavy metal…”. La conversazione pre-concerto è andata in giro come una pallina da flipper, parlando del bello e del brutto del pop italiano, con un pensiero speciale a sua eleganza mister David Bowie. Ecco insomma cosa Dolcenera dice di se e del suo lavoro da popstar…

Allora Emanuela-Dolcenera: rivelaci qualcosa degli inizi tuo percorso musicale…


Suono il pianoforte da quando avevo sei anni, praticamente da sempre e quasi ininterrottamente. Il piano e la voce sono i miei strumenti, ma mi sento un anima cangiante che cerca di apprendere ovunque e che ha avuto dei momenti di vera illuminazione. Questo è accaduto soprattutto in due occasioni: prima quando ho abbandonato casa mia per iscrivermi all’università a Firenze, dove in modo inatteso ho cominciato a muovere i primi passi musicali, poi quando con Lucio Fabbri ho scoperto il lato più interessante del lavoro di arrangiatore e produttore.

Scusa una curiosità: per te sono più importanti le qualità naturali o l’esercizio, l’applicazione?

Oggi nella musica contemporanea devi studiare, sempre, a lungo. Se perdi l’allenamento sei perduto. Non intendo solo l’allenamento tecnico: anche la voglia di scommettere, la voglia di ascoltare quel che fanno gli altri….

Dopo quasi dieci anni dal tuo esordio come ti definiresti oggi? Una cantante pop?




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