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BRUCE SPRINGSTEEN/ "Wrecking Ball", addio a Obama e al sogno americano

mercoledì 22 febbraio 2012

BRUCE SPRINGSTEEN. WRECKING BALL. La popolarità di Bruce Springsteen, negli Stati Uniti, è talmente debordante che realmente se decidesse di presentarsi alla corsa per la Casa Bianca avrebbe serie probabilità di vittoria. Certamente potrebbe diventare Governatore del suo natio New Jersey senza neanche bisogno di fare campagna elettorale. Non ci sono casi analoghi nella storia della musica rock (a parte Elvis, ovviamente, ma il suo caso era idolatria pura) di un musicista che abbia saputo inserirsi dentro il tessuto sociale e popolare di una nazione. Non stiamo infatti parlando solo di riscontro commerciale (che Springsteen, seppure oggi meno di un tempo a livello di vendite discografiche – ma chi li vende oggi i dischi? –, è comunque capace di riempire anche per giorni consecutivi gli stadi di tutta America nello stesso tempo che io e voi ci beviamo un bicchiere di “all american Coca Cola”): stiamo parlando di capacità di interpretare il sentimento del suo popolo, ma anche di essere percepito dal suo popolo come il rappresentante del proprio sentimento.

È un caso che merita riflessioni sociologiche più che musicali. Basti pensare a un disco come “The Rising”, espressamente richiestogli per parlare alla nazione dopo la tragedia degli attentati dell'11 settembre 2001: gli americani infatti per placare il proprio dolore avevano bisogno della sua parola, non di quella di qualche politico o commentatore televisivo. Questa autorevolezza acquisita permette e giustifica Bruce Springsteen nel rilasciarsi a dischi che esprimono pareri, commenti, indicazioni, anche incazzature sulla vita politica e sociale del suo Paese: di fatto, è l'unico artista rock che può permettessi tale lusso, là dove chiunque altro verrebbe criticato da una parte piuttosto che da un'altra. Anzi: le diverse fazioni politiche, dai tempi di “Born in the Usa”, ma anche prima, da quelli di “Nebraska” se lo contendono a spron battuto perché capiscono quanto sia forte la sua influenza sugli elettori e quanto lui sappia esprimere meglio di loro un pensiero che colpisca la nazione.

Nel 2004 e nel 2008 ancora di più, poi, Springsteen si è impegnato in prima persona a sostenere le candidature degli esponenti democratici: ha fallito con John Kerry, ha dato un contributo non da poco all'elezione di Obama. E proprio da Obama riparte l'avventura musicale del musicista del New Jersey dopo un paio di dischi incolore e pericolosamente sbandanti verso il lato di un pop dai sapori ambiziosi, ma francamente fallimentari, specie "Working on a Dream", probabilmente il disco peggio riuscito della sua intera carriera.

"Wrecking Ball" che esce il prossimo 6 marzo, è invece un disco focalizzato e che ha dentro di sé uno sforzo – per quanto non del tutto riuscito – di riportare alla luce quanto di meglio il Boss ha fatto nel corso della sua carriera. Per farlo, Springsteen riparte da una delle pagine più stupefacenti della sua carriera, il disco uscito nel 1982 “Nebraska” che fu un colpo allo stomaco dell’America reaganiana.
Oggi questo colpo, in modo sorprendente, è invece offerto all’America del suo amico Obama. Da sostenitore indefesso del presidente degli Stati Uniti, Springsteen si tira adesso da parte, complice una crisi economica che messo tutti insieme, buoni e cattivi, nel generale disastro del mondo occidentale.

Un disco furente e disperante, addirittura definito il più rabbioso della sua carriera, hanno detto gli uffici stampa dimenticandosi forse della rabbia distruttiva che si celava in lavori come "Darkness on the Edge of Town" o appunto "Nebraska". Una rabbia che fa venire alla mente, vista l'abbondanza di linguaggio biblico che Springsteen ha sempre usato nelle sue canzoni e lo fa anche questa volta, un antico salmo del profeta Geremia: "Maledetto l’uomo che confida nell’uomo". Springsteen, sembra dirci che non si fida più neanche di Obama. Dire che abbraccia la filosofia di Occupy Wall Street, movimento che lui stesso ha detto di apprezzare, sarebbe riduttivo, ma certamente è che quel "sogno" a cui invitava a lavorare in “Working on a Dream”, sembra ancora una volta aver ripetuto la profezia, anzi la maledizione, contenuta nella antica The River: "Is a dream a lie if it dont come true, or is it something worse" diceva allora e sembra ripeterlo oggi.




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COMMENTI
24/02/2012 - Il nuovo disco di Springsteen (Marino Clara)

Sono una fan del Boss da tempo immemorabile, ma essendo anche un'amante della buona musica, non ho il cervello tanto annebbiato da non distinguere un buon disco da un disco mediocre. Non è che se un album porta la firma del grande Springsteen allora è bello per forza. Springsteen ha fatto lavori che resteranno per sempre nella storia del rock, ma ha anche firmato nel corso della sua carriera album mediocri, che magari contenevano soltanto due o tre pezzi eccellenti e il resto era da dimenticare. La recensione di Paolo Vites a me pare obiettiva, ma soprattutto è onesta in un mondo in cui da anni è diventato praticamente impossibile opporsi a un pensiero di massa potente: se Springsteen fa un nuovo disco è vietato parlarne male. Per fortuna esistono critici indipendenti, sono pochissimi, ma esistono ancora. Non posso che condividere la recensione di Vites che tra l'altro è ben articolata e poggia su solide conoscenze musicali.

 
23/02/2012 - album (Luca Visconti)

1: SPIRITO SPRINGSTEENIANO? Evidentemente per l'autore più di metà carriera del bruzio non sono SPIRITO SPRINGSTEENIANO. Critico mediocre, tieniti lo spirito, io preferisco un artista in carne ed ossa, anche se cade in disgrazia e fa canzoni penose. 2: la DANNOSA PRESENZA DI Jon Landau? Proprio il signore che dal 1974 gli ha prodotto quasi tutto? Forse l'ego di qualche giornalistucolo è troppo grande per ammettere di non sapere un tubo sulle dinamiche che hanno portato alla scelta del produttore. Un Ron Aniello qualsiasi ha fatto più carriera dei critici del sussidiario. Passerò il resto della settimana a parlare della dannosa presenza di Paolo Vites.