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MUMFORD AND SONS/ Se il folk rock ha ancora qualcosa da dire

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Mumford and Sons (Infophoto)  Mumford and Sons (Infophoto)

Una spruzzata di pioggia un po’ prima delle otto non faceva ben sperare, ma poi il cielo si è aperto e il concerto si è potuto svolgere senza intoppi. Molti fra il pubblico presente credevano nella Divina Provvidenza – ne siamo certi – e magari hanno dato una spallata con la preghiera ai bollettini meteorologici che non erano stati per niente ottimistici. Il concerto a cui stavamo per assistere era quello dei Mumford and Sons, band di folk-rock inglese, emersa quasi dal nulla fra il 2007 e il 2009 e diventata un fenomeno di rilievo, pur avendo pubblicato a tutt’ora un solo album.
Dal 2007 la band non ha praticamente mai smesso di suonare, per platee che man mano diventavano sempre più grandi. La line-up del gruppo è estremamente semplice: voce e chitarra acustica sono la colonna vertebrale, intorno a cui ruotano banjo, tastiere (o fisarmonica) e contrabbasso. Ma spesso Marcus Mumford – chitarra e voce solista – suona anche il mandolino, oltre a una grancassa e a un tamburello che ha davanti ai piedi, Winston (banjo) suona anche la dobro ed anche Ben e Ted usano alla bisogna altri strumenti.

Questa sera da una parte si aggiunge un handicap, e dall’altra appaiono delle nuove risorse. Marcus qualche tempo fa si è rotto una mano, e non può accompagnarsi alla chitarra. Viene assoldato un giovane chitarrista che svolge egregiamente il suo compito, mentre Marcus si ricorda del suo passato da batterista e picchia come un fabbro su un floor-tom che ha di fianco, oltre a suonare altre percussioni con il braccio sano. In più, oltre a un paio di chitarre elettriche che appaiono nelle mani di Winston, la band è arricchita da sezione fiati (due trombe e un trombone), violino e violoncello e un batterista. La scaletta è composta con cura e affianca alla maggior parte dei loro pezzi forti, alcune canzoni non ancora apparse su disco, ma già eseguite dal vivo da un po’ e un paio di pezzi decisamente nuovi e mai sentiti.

La band è stupita dall’accoglienza del pubblico, che canta a memoria tutti i brani già conosciuti, ma anche quelli eseguiti pochissimo dal vivo. Marcus lo dice, visibilmente sorpreso e quasi commosso. Segno questo di una grande fidelizzazione (come si dice oggi) del cliente, pardon, dell’ascoltatore (l’audio è pessimo, ma tanto per avere un’idea, guardatevi il video).

Il teatro romano di Verona canta quasi a una sola voce Awake my soul, you were made to meet your maker: risveglia la mia anima, tu sei fatto per incontrare il tuo creatore. Sì, perchè è di questo che parlano le canzoni di questi ragazzi, della profondità che può avere la vita dell’uomo, delle sue domande, e anche della vita che finisce e del desiderio di non marcire, di essere felici, di incontrare chi ci ha creato, di sperimentare la grazia. Come pochi minuti prima si era cantato: tutti i miei ponti sono stati bruciati, ma tu mi dici che è così che funziona questa faccenda della Grazia. Non è la lunga camminata verso casa che cambierà questo cuore, ma il benvenuto che ricevo quando riparto.



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