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CESARE CARUGI/ “Portchartrain”: se la Louisiana arriva fino alla Toscana

Il secondo disco di Cesare Carugi, talentuoso cantautore toscano che guarda all'America. Accompagnato dal meglio della musica roots italiana. La recensione de IL CALA

Cesare Carugi Cesare Carugi

La seconda prova di Cesare Carugi, toscanaccio dall'ironia tagliente e dalla voce calda è un album intenso che parla di partenze, di abbandoni e di posti che costi quel costi bisogna raggiungere.

La passione con cui Cesare suona e scrive traspare pienamente in queste tracce, dove ci accompagna in un viaggio non solo geografico, ma anche temporale, lungo la spina dorsale della cultura americana, di cui lui è totalmente appassionato, con riferimenti chiari ma mai pedissequi e sempre colmi di sincero amore ed ammirazione, verso quegli artisti a cui Carugi guarda con enorme rispetto. Nessun plagio quindi, ma una rielaborazione attenta, fatta da chi dentro certi suoni e certe note è cresciuto e di cui si nutre quotidianamente, senza però rinunciare ad aggiungere alla ricetta diversi ingredienti personali ed originali.

Non bisogna dimenticarsi inoltre della qualità dei musicisti di cui Cesare si circonda, alcuni davvero indicati per ricreare certe atmosfere torride fatte di blues, chitarre slide e tanto sudore, come ad esempio i bluesmen Paolo Bonfanti, Francesco Piu e Marcello Milanese, senza dimenticare i Mojo Filter, eccellente band bergamasca che merita maggiore attenzione ed i preziosi interventi al violino di Chiara Giacobbe; notevolissimo però il nucleo fisso della band, che riesce ad assecondare Cesare nella ricerca di un suono che sia originale ma ricco di rimandi “nobili”.

Nelle canzoni dell'album è sempre presente una componente di movimento, che si sia alla ricerca di una destinazione definitiva o che solamente ci si cerchi di orientare nel buio dei nostri tempi.

Ed il lago Portchartrain rappresenta la meta ma anche uno strumento, l'acqua, per ripulirsi corpo ed anima e ripartire.

Album profondamente americano, già a partire dalla copertina, che riporta alla mente le baracche lungo i fiumi e le atmosfere di libri gialli intrisi di magia nera, che dentro queste shotgun shack solitamente hanno il climax delle loro pagine.

Il brano iniziale Troubled waters, zuppo di blues già dal titolo, narra di partenze e della necessità di allontanarsi da situazioni e problemi ormai insostenibili; è un pezzo notturno, che di notte si svolge e che alla notte guarda come momento ideale per partire, magari di soppiatto ed allontanarsi; nella successiva Carry the torch continua l'allontanamento, anche se si delinea già meglio una direzione e si intravedono all'orizzonti “new seas and new mountains”, mari e montagne nuovi dentro i quali perdersi e ripartire.

Il protagonista di questo viaggio sente forte la necessità di un cambiamento, sia intimo che generale (data la dichiarata ispirazione ricevuta per la stesura dei brani dalla tragedia dell'uragano Katrina), la sente al punto da non dormire, come canta in Long nights awake, pezzo che per testo e atmosfera rimanda ad un altro viaggio, quello cantato da Eddie Vedder in Into the wild; la chitarra e l'armonica fanno da voci aggiunte in questo pezzo, con i loro lamenti ed il loro pianto carico di sofferenza.