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LOU REED/ Addio New York City man: ci hai mostrato il lato selvaggio della vita

E' scomparso ieri Lou Reed, uno dei massimi geni della musica rock. Aveva 71 anni e aveva subito un trapianto di fegato alcuni mesi fa. Il ricordo di PAOLO ROSATI

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Non è il momento di ricordare cosa ha fatto Lou Reed, in una carriera che iniziò nella metà degli anni sessanta, e si è spenta ieri, nel preciso istante in cui il suo cuore ha cessato di battere. Per tanti Lou Reed è legato ad una canzone, “Walk On The Wild Side”, un successo commerciale che lo impose all’attenzione del circo massimo del rock’n’roll in quell’oramai lontanissimo 1972, prodotto dal talento di un David Bowie che viveva il momento magico della fama con il suo alter ego Ziggy Stardust.

Come un angelo dalle ali spezzate, Lou era volato da New York per Londra, con una valigia carica di storia, illusioni e delusioni, e la maledettissima sensazione di avere dietro le sue spalle qualcosa di così importante che quasi nessuno aveva potuto conoscere. Tanto conosciuti ed apprezzati a New York dalle correnti artistiche d’avanguardia legate al genio di Andy Warhol, i Velvet Underground erano quasi anonimi, sconosciuti se non addirittura disprezzati in tutto il resto degli States, complice una industria discografica che aveva scoperto in Frank Zappa e nelle sue “Mothers Of Invention” un “prodotto” più consumabile – anche in chiave di musica “alternativa”- delle agghiaccianti ballate velvettiane, rese ancora più “stridenti” e “dissonanti” da liriche mai così dirette, che spalancavano le porte di un mondo “borderline” che il pubblico U.S.A. si rifiutava categoricamente di osservare.

Arrivò il successo, un contratto con la RCA, e l’inizio di una carriera discografica solista che avrebbe fatto di Lou Reed un’icona della trasgressione, un feticcio da venerare o da esorcizzare, a seconda che  lo si amasse o lo si detestasse. Album incredibili, in cui il rock’n’roll venne vivisezionato, dilatato, preso a calci e a pugni come si fa con un’amante che ti tradisce in continuazione, ma che si ama maledettamente, perché sì, quella musica, quella chitarra che Lou aveva persino dimenticato come si suonava, era la sua ragione di essere, la sua vita.

Un rapporto quasi carnale, di amore e di odio, velato a volte di malinconia, di rabbia, di autentico furore. E non bastarono le interviste troncate e le camere di albergo devastate. I concerti che, organizzati per fare di lui quella “fottutissima star del rock”, lui stesso irrideva con ferocia e con scherno. "Feci quello che la gente si aspettava da me, come ho già detto volevo diventare celebre per poter essere il più grande stronzo in circolazione e sono riuscito anche a ispirare dei grossissimi stronzi, perché la mia merda è molto meglio dei diamanti degli altri". Fu forse per questo che al culmine del suo successo commerciale registrò “Metal Machine Music”, quattro facciate di suoni elettronici che derivavano dai feedback di una chitarra elettrica, presentandolo sulle note di copertina come il lavoro migliore che avesse mai registrato. Ironia volle che quell’album, per quasi tutti inascoltabile e inascoltato (chi scrive si cimentò nell’ascolto completo lo stesso giorno dell’acquisto, e per una settimana rimase chiuso in casa in rigoroso silenzio), divenne nel tempo una sorta di album di culto, tanto da venire citato da vari gruppi come fonte di ispirazione.