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Musica e concerti

BOB DYLAN/ Arcimboldi: le visioni infinite e i sogni in serie del poeta americano

Per la prima volta in Italia, Bob Dylan si esibisce per tre serate consecutive in un teatro. Ecco il resoconto delle prime due, con una sfida ai lettori per la terza serata. di PAOLO VITES

Bob DylanBob Dylan

Sembra strano, a dirsi, ma Bob Dylan, nei suoi trent’anni di calate in Italia da quella prima volta nel 1984, non aveva mai suonato prima in un teatro. A parte la splendida cornice dell’Arena di Verona, un paio di volte, per il resto sempre e soltanto palazzetti dello sport dalla pessima acustica, campi di pallone inariditi o affondati nel fango. L’eccezione è stata qualcuna delle nostre splendide piazze medievali. Si sa che la musica rock è qualcosa di viscerale che si vive in qualunque condizione (pur alcuni, peggio è la condizione ambientale meglio è), ma certamente una sede come il Teatro degli Arcimboldi, pensato per la musica classica, Bob Dylan l’ha finalmente meritata. E per ben tre sere consecutive, anche se oggi il cantante presenta scalette sempre simili ogni sera, con una ritrovata professionalità e attenzione al particolare che fa un po’ rimpiangere lo zingaro irriverente e arruffone che anni fa cambiava e improvvisava le scalette direttamente sul palco. Chi scrive ricorda ancora gli sguardi terrorizzati dei suoi musicisti sul palco quando una sera, a Roma, buttò lì con nonchalance una Homeward Bound di Simon and Garfunkel evidentemente mai provata prima e di cui si era ben guardato di avvertire che l’avrebbe suonata.

Il Dylan di oggi presenta uno spettacolo ben ferrato e ben provato, con la novità, in questi concerti europei autunnali, di presentare molti dei pezzi che compongono il suo ultimo disco in studio, “Tempest”, dunque una novità per tutti colore che lo vanno a vedere.

Per Bob Dylan in concerto vale sempre il vecchio assioma: andare a vederlo è come assistere a William Shakespeare che sta mettendo in atto la sua ultima opera. Ma, viceversa, anche quanto disse una volta un amico americano: Dylan oggi è come uno dei volti scolpiti sul Monte Rushmore, uno dei padri dell’America, ma anche una scultura fissata e immobile nella sua grandezza, che non dice e non comunica nulla se non la propria effige. Dunque si va a vedere una leggenda, a prescindere da quello che eseguirà e da come lo eseguirà. Lui, con il suo volto glaciale da cui non traspare alcuna emozione e la distanza con cui si tiene dal pubblico, non fa nulla per smontare l’idea di un monumento.

Nonostante ci si affanni ancora a definirlo il menestrello, il Dylan di oggi è lontano anni luce dall’immagine che di lui ha il grande pubblico o la grande stampa: la chitarra, ad esempio non la prende in mano da anni. E’ una sorta di Mr Bojangles, il ballerino di colore che si esibiva nei Vaudeville Show dell’America ottocentesca; è una specie di Frank Sinatra che incrocia Leonard Cohen, un song and dance man quando in piedi con il microfono in mano si concede nudo alla platea con movenze bizzarre e clownesche. Che la chitarra, nell’immaginario rock, ha sempre costituito una sorta di barriera difensiva del performer nei confronti del pubblico. E’ un pianista di piano bar, un anziano jazzman quando si mette al pianoforte, cercando nei tasti le corde dell’anima con la predisposizione di una specie di Jerry Lee Lewis. Ma è anche un rocker: come disse una volta Bill Flanagan, se mai le generazioni future avranno il ricordo di un vero rocker, quello sarà Bob Dylan. “C’è troppo rock’n’roll dentro di me” ha detto recentemente lui stesso “non riesco a non tirarlo fuori”. Per uno che vide l’ultimo concerto di Buddy Holly prima della sua morte, ci crediamo, e sappiamo che è così. D’altro canto non si scrive la più grande canzone rock di tutti i tempi, Like a Rolling Stone, se non fosse così.


COMMENTI
04/11/2013 - La magìa di un grande uomo (Pieranna Dunn)

Bob, finalmente a teatro. In un Teatro dove la tua voce non si distorce come una palla da basket in un palazzetto e non si perde nel fumo e negli urli delle persone appiccicate tutte intorno a me. Bob meritavi questo palco. E noi che abbiamo te adesso, qui, non sempre ti meritiamo. Hai sempre detto se volete sapere qualcosa di me ascoltate le mie canzoni. Tutto è lì. La tua musica può essere come un vaso di cristallo o un orcio di terracotta o un bicchiere di peltro, sonorità diverse che contengono sempre le tue parole. Loro ci dicono tutto, raccontano, mostrano, sono acqua fresca gettata su un vetro impolverato. Ti ascolto e resto lì, il corpo immobile, lo sguardo incantato e la mente che vola nel tuo altrove, fin dentro il mondo che vuoi mostrarci, un mondo privo di follia e di crudeltà, attento al cuore, affamato di lealtà, di amore. Ti ascolto da 35 anni consapevole che un Uomo come te è indispensabile a questo mondo e al mio cuore più di qualunque politico, più di qualunque filosofo. Un onore per me condividere lo stesso tempo con te, su questa terra. Ed essermene accorta.