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Musica e concerti

BOB DYLAN/ "Tempest Tour": lo stupore che abbraccia il mistero tra Amleto e Walt Whitman

Bob Dylan ha terminato la sua tournée europea, una delle migliori della sua notevole carriera. Qualche riflessione per carpirne i segreti e il fascino. di PAOLO VITES

Foto di Duncan HumeFoto di Duncan Hume

Come tutte le cose, anche di una tournée se ne capiranno contenuti e contorni col tempo. Vale la pena però segnalare alcune cose. Quello che ad esempio si legge in gran numero sui social network a proposito dell'ultimo tour di Bob Dylan, che ha recentemente toccato anche l'Italia con ben sei date. Persone più scafate e con più esperienza live del sottoscritto, ad esempio, quasi unanimemente sottolineano di essersi trovati davanti i migliori concerti di Dylan da lungo tempo. C'è chi dice i migliori addirittura dal 1995, chi dal 2000, chi dal 2003. Viene ovviamente da chiedersi perché. Viene anche da chiedersi se Dylan, con rare eccezioni, non abbia buttato via quasi dieci anni della sua carriera, gli ultimi. Lo dicono anche i media, specie quelli inglesi solitamente molto acidi e critici con Dylan (un po' con tutti, in realtà). 

Ecco cosa ha scritto The Independent ad esempio dopo il secondo show di Londra:  "A stunning return to form. Where he has gone through the motions in some recent tours, tonight he stood without guitar in front of his band at the front of the stage, not just reinterpreting his songs, but doing so with care and feeling. The voice that can be a relic of past triumphs was marvellously and unexpectedly once more an instrument, elongating syllables in vintage style". Un ritorno alla forma (migliore), una voce meravigliosamente e inaspettatamente ancora una volta uno strumento. Il dubbio che gli ultimi anni Dylan li abbia buttati via dal punto di vista concertistico si  fa sempre più forte. Dal 2004 al 2009 circa le sue esibizioni sono state trascurate, mal eseguite, senza cura e senza impegno, con una band di accompagnatori a cui era vietato fare un assolo e con arrangiamenti di livello bassissimo. Non era la prima volta nella sua carriera, ma mai per un periodo di tempo ostinatamente così lungo. Dylan per la cronaca era già tornato alla forma ottimale almeno in parte dal 2011: quell'anno fu protagonista di ottime esibizioni, basti pensare quella che tenne all'Alcatraz di Milano o quelle durante il tour insieme a Mark Knopfler.

Di svolte Dylan ne ha fatte tante, e di ritorni alla forma migliore anche, ma mai dopo così tanto tempo pensando anche l'età che ha oggi. Si potrebbe gettare lì un pensiero. I lunghi anni di Never Ending Tour, quel tour senza fine cominciato nel giugno 1988 senza mai una pausa, così ricchi di improvvisazioni, sperimentazioni, scalette selvagge, brani e cover rare, hanno creato una sorta di leggenda metropolitana, anche tenendo conto di quanti giovani hanno conosciuto Dylan per la prima volta proprio durante il NET. L'idea che si sono fatta di lui ha quasi spazzato via quella reale, facendo credere che l'unico vero Dylan sia stato quello del NET, in qualunque modo si sia presentato sui palchi. 

Il Dylan di questo tour appena concluso è invece stato tutto l'opposto, l'esempio della massima professionalità: scalette rigidissime con pochissime eccezioni (le due serate "pazze" di Roma restano un mistero ancora da chiarire, ma forse neanche tanto), quasi tutte in terra italiana, le tre meravigliose esecuzioni di Milano di Hard Rain, Visions of Johanna e Desolation Row, eseguite solo in quell'occasione lì. Ha fatto promozione al suo ultimo disco, come fanno tutti gli artisti in tour, con l'esecuzione di molti brani di "Tempest". Esecuzioni di livello altissimo, dove la band dietro a lui era finalmente una vera band e creava con lui alchimie che enunciavano un Bignami della storia della musica americana degli ultimi e più cent'anni come nessun altro oggi sa fare, con attenzione massima a non infilare nei limiti del possibile una nota sbagliata o una improvvisazione fuori luogo. Una novità dylaniana? Tutt'altro: è il Dylan di sempre. Anche quello che lascia - a gente di bocca buona - luoghi comuni come: Dylan stravolge le sue canzoni, non le si riconoscono. Palle.