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Musica e concerti

GIOVANNI LINDO FERRETTI/ "Saga, il Canto dei Canti": la cosa più punk che abbia mai fatto

Un disco anomalo, come anomalo nel panorama musicale italiano è Giovanni Lindo Ferretti: "Saga, il Canto dei Canti". Ce lo racconta e descrive ARCANGELO NERI

Foto: InfoPhotoFoto: InfoPhoto

"Saga" è un’opera equestre, fiera, originale e antica. Chi ha assistito allo spettacolo allestito nei Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia a fine maggio 2012 ne ricorda ancora l’onda d’urto. "La cosa più punk che abbia mai fatto" dice Ferretti. "Questo progetto è il coronamento di una vita. Nasce tutto da una visione antica: una sera di autunno ho visto tre grandi cavalli scuri entrare di potenza nella stalla, un’immagine di una forza unica, pari solo a quella di un concerto rock".  In questo album che raccoglie in sostanza la colonna sonora dello spettacolo con 14 brani inediti, la sorpresa è data dalla musica suonata, che torna a farsi compagna robusta della parola, vera spina dorsale dell’espressione di Ferretti. Batteria acustica, basso, piano, tromba, un’orchestra d’archi, si mescolano alle incisioni elettroniche alle quali eravamo abituati da una decina d’anni. La scrittura non è impresa facile, affidata a Lorenzo Esposito Fornasari, che esce a testa alta dal labirinto di ambienti sonori richiesti dall’Opera: rock, musica da camera, canto epico, tra citazioni di Beethoven e canto in latino.

Ferretti ci sbatte in faccia un’opera contemporanea, presente. Vediamo se per una volta se ne può parlare mettendo da parte la fila delle vecchie appartenenze e dei giudizi superficiali da circo dei convertiti, cose da "ex punk che vanno in chiesa".

"Nel nostro mondo, allevare, addestrare, tra il vizio e il piacere, non è impegno civile, necessità militare, è un gesto eroico, un gesto artistico, è disciplina umanistica” dice ancora il cantante. Un’opera ampia, che è storia, geografia, geologia, letteratura, capace di guardare in faccia l’uomo raccontando di cavalli. Ferretti ci mette passione, carisma e potenza evocativa e fin dall’apertura del disco ci si immerge in altre epoche storiche, si ascoltano orde di barbari che passano confini, popoli che allevano, coltivano, civiltà che muoiono e rinascono, trasformandosi. Dal mare alle Alpi, dagli Unni ai Benedettini, dagli Etruschi ai Bizantini, fino alla più recente civiltà dell’Appennino. Non è nostalgia, è tradizione e traduzione.