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BRUCE SPRINGSTEEN/ Da Jimi Hendrix a Tom Morello, quando il rumore diventa necessario

Nel nuovo disco di Bruce Springsteen, in uscita fra pochi giorni, è contenuta una incisione straordinaria, quella della nuova versione di The Ghost of Tom Joad. di PAOLO VITES

Bruce Springsteen (Infophoto) Bruce Springsteen (Infophoto)

A volte quello che ci vuole veramente è un po' di rumore, aveva detto qualcuno anni fa. Quella che segue è una storia di rumore, quando il rumore è l'unica cosa che resta per farsi sentire, o per sentire se stessi. 

Alla fine degli anni 60 una canzone tracciava le coordinate dell'apocalisse imminente così come la percepivano milioni di americani. All along the watchtower, scritta e incisa da Bob Dylan e pubblicata sul disco "John Wesley Harding" uscito nei primissimi giorni del 1968, l'anno in cui l'apocalisse sembrò davvero diventare ipotesi reale tra massacri in Vietnam e paese in preda alla rivoluzione, era una inquietante ballata acustica dai versi misteriosi sostenuta da un'armonica quasi impossibile da ascoltare, tanto lancinante e acida suonava nelle orecchie degli ascoltatori. Ispirata a diversi passaggi dell'antico testamento, essa sembrava esprimere una inquietudine potente, difficile da decifrare. Chi erano i messaggeri che stavano arrivando? Cosa portavano con sé, quale annuncio di morte e di paura? Chi erano il joker e il ladro, che studiavano come abbandonare una città troppo confusa e assassina? La vita ormai non era diventata altro che una beffa? In pochi versi scarni ed essenziali, Bob Dylan descriveva la pazzia che aveva avvolto la società americana, quella della guerra in Vietnam, e si tirava fuori da tutto ciò: io e te, si dicono il joker e il ladro, ci siamo già passati e non è questo il nostro destino, non diciamo falsità, l'ora sta diventando tarda. 

Pochi mesi dopo Jimi Hendrix prendeva in mano questa canzone e la faceva esplodere con una deflagrazione elettrica devastante: se il pezzo dell'autore annunciava e sottintendeva l'apocalisse, Hendrix faceva esplodere questa apocalisse senza possibilità di salvezza o di replica. La fine del mondo era cominciata, anche il ladro e il joker avevano perso.

Trent'anni dopo altri fantasmi tornavano a popolare la coscienza sempre traballante degli americani. Un fantasma in particolare a cui Bruce Springsteen dava forma e voce in una ballata acustica dominata anch'essa da una armonica terrorizzante, era quello di Tom Joad. Per molti, esattamente come quando uscì Watchtower di Dylan, The Ghost of Tom Joad fu una canzone difficile da decifrare. Scritta e incisa in piena era clintoniana, di ottimismo e buonismo rampante, appariva come una accusa fuori luogo e fuori tempo massimo, una denuncia rivolta a non si sapeva a chi. Con la canzone di Dylan aveva in comune un minimalismo acustico tesissimo e una armonica dolorosa. Nei versi c'era però una domanda forte: benvenuti nel Nuovo ordine mondiale, quello astutamente inventato dalla famiglia Bush e raccolto senza recriminare da Bill Clinton. L'America aveva stabilito le coordinate per il resto del mondo, come d'altro canto aveva sempre fatto. Che a pagarne un prezzo altissimo sarebbero stati anni dopo in milioni, nessuno lo poteva immaginare. Ma Springsteen poneva quantomeno un dubbio. Gli ascoltatori invece sembrarono accontentarsi: Bruce ci parla dei problemi degli immigrati ispanici, cita Woody Guthrie, fa il verso a Dylan. Il buonismo clintoniano sembrava appagato. Ma naturalmente come in ogni grande canzone, come già in Watchtower di Dylan, c'erano dentro profezia e apocalisse, ma in pochi se ne accorsero.


COMMENTI
08/01/2014 - play it loud! (Angela Del Rosso)

Ci sono recensioni, ci sono riflessioni, dibattiti, discussioni... E poi esce un pezzo come questo, niente a che vedere con il resto, ma un'analisi lucida, spietata e appassionata della storia americana degli ultimi 40 anni attraverso due dei suoi principali narratori. Da Bob Dylan a Bruce Springsteen, Da All along the watchtower a the ghost of Tom Joad, da Jimi Hendrix a Tom Morello... come direbbe Bob "play it fucking loud". Grazie Paolo Vites!