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DAMIEN RICE/ Il concerto: canzoni delle periferie esistenziali (del cuore)

Dopo quasi otto anni di assenza dall'Italia, il cantautore irlandese Damien Rice si è esibito a Milano in un concerto dalla grandissima potenza evocatrice. di PAOLO VITES

Damien Rice Damien Rice

Sono tempi duri quando la musica viene gettata in periferia, in un brutto tendone in un ancor più brutto avanzo di speculazione edilizia dimenticata. Sono tempi duri se la musica viene cacciata dai teatri del centro cittadino di quella che è - dovrebbe essere? - la capitale morale d'Italia, una delle capitali d'Europa, fra poco la capitale del mondo con il suo Expo - per metterci al suo posto i supermarket del cibo e della ristorazione trendy. Sono tempi duri per chi preferisce nutrire il cuore che lo stomaco, ma noi di questa musica non sappiamo farne a meno, ne abbiamo bisogno per sopravvivere a tanta bruttezza e ci spostiamo come un popolo di nomadi ovunque essa faccia capolino. 

Sia anche un orribile tendone alle periferie esistenziali, come dice qualcuno, perché evidentemente noi siamo i nomadi del desiderio esistenziale. Sappiamo che ci aspetta qualcuno che il cuore ce lo riempirà di buon grado, anche se l'ultima offesa che ci aspetta è mettere a fianco di un evento rigorosamente acustico, solitario e intimo, un circo che fa da sottofondo con il suo vociare insistente.

Ci aspetta Damien Rice, forse il più affascinante ultimo erede della grande canzone d'autore. Ci aspetta da solo sul palco dove ci resterà per circa due ore usando tutta la sera una sola chitarra acustica e, per un pezzo soltanto, un pianoforte. Ci vuole una capacità straordinaria per fare questo senza mai annoiare e senza mai cadute di tensione. La sua attitudine, anche se davanti a quasi 5mila spettatori entusiasti, è quella del busker, il cantante di strada. Spontaneità, nessuna ricerca di estetismi tecnici, nessuno snobismo, anti divismo totale: Damien Rice è uno di noi, solo che lui sa raccontare le inquietudine del cuore meglio di noi.

Sarebbe interessante chiedersi come mai i due migliori autori di canzoni oggi sulla scena siano entrambi irlandesi, entrambi figli del marciapiede, entrambi lontanissimi dalle logiche idiote dei talent e del rock usa e getta che oggi la fanno da padroni. Damien Rice assomiglia anche vocalmente a Glen Hansard, l'altro irlandese, o viceversa.  Ma è un dato di fatto che la canzone d'autore, dalle sue capitali storiche (New York, Londra) si è oggi spostata nell'isola smeraldo. 

Damien Rice mancava dal'Italia da quasi otto anni e ha scelto Milano per aprire il tour europeo che presenta il nuovo disco - anche quello mancava da circa otto anni - "My Faded Fantasy" - che uscirà a novembre. In un mondo frenetico e stritolatore come quello della musica, otto anni avrebbero fatto dimenticare chiunque. Per lui invece si sono mossi in migliaia, come se fosse passato un giorno, segno di quanto abbia messo radici nel cuore dei suoi ascoltatori. E la serata comincia proprio con un pezzo inedito, la bella The Greatest Bastard in cui Rice cala già le sue carte. Come dire: ecco chi sono. Non un santo, un peccatore piuttosto, ma che volete farci. Ci scherza sopra lui stesso: "Ecco un po' di canzoni sui sentimenti, la maggior parte sono bugie". Subito dopo un estratto dal suo disco capolavoro, "O", quello che lo ha lanciato nel mondo con milioni di copie vendute, Delicate. I brani si susseguono nel silenzio raccolto e rapito degli spettatori e con le pochissime luci gialle sul palco: Woman Like a Man, Elephant, la divertente The Professor & La Fille Danse con tutto il pubblico a cantare con lui. 


COMMENTI
27/10/2014 - Buone considerazione (Davide Santandrea)

non era 8 anni che Damien non veniva in Italia.. io ho visto il suo concerto il28 Luglio 2012 a Firenza