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COUNTING CROWS/ Mr. Jones ha fatto pace con se stesso: il concerto di Milano

Dopo molti anni di assenza dai palchi italiani i Counting Crows sono tornati. Quello di Milano all'Alcatraz è stato un concerto esaltante, la recensione di PAOLO VITES

Alcatraz, foto di Renato Ciffarelli Alcatraz, foto di Renato Ciffarelli

Dal suicidio di Kurt Cobain al parruccone impossibile di Adam Duritz il passo è, paradossalmente, breve. Se qualcosa ci hanno lasciato gli anni 90, è stata una infinita inquietudine, quella di una generazione X privata di qualunque cosa in cui credere, fossero state le ideologie dei loro fratelli maggiori, l'hippismo pace & amore o anche Dio. Una inquietudine disperata e disperante, un vuoto cosmico forse senza paragoni nella storia della società occidentale, il nichilismo come forma di sopravvivenza. Qualcuno agli anni 90 proprio non è sopravvissuto, Kurt Cobain appunto. Altri ce l'hanno fatta mettendo a dura prova il loro sistema nervoso e mentale. Uno di questi è senz'altro Adam Duritz, apparso sul palco dell'Alcatraz come un autentico fantasma, pauroso, un alieno, un vampiro dalla pelle bianchissima, quasi innaturale. Anche i fan più  fedeli hanno avuto qualche attimo di sbandamento, vista anche la lunga assenza dai palcoscenici italiani (14 anni, a parte una fugace visita per una sola data nel 2008), quando nella semi oscurità, con tutta la band già schierata sul palco, improvvisamente è saltata fuori quella figura indescrivibile. 

Quando mai sul palco di un concerto rock si è visto un frontman come quello? Grasso, gli occhiali da nerd, il parruccone impossibile a metà fra la capigliatura rasta e quella di madame Pompadour, la t shirt cambiata tre volte con omaggi a T Rex e David Bowie. Mimetismo, nascondimento, una maschera: d'altro canto Duritz ha sempre cantato la frantumazione dell'io, l'incapacità di trovare un ruolo. Voglio essere una star, voglio essere Bob Dylan. Voglio essere un altro, perché io non so che cosa sono. Oggi forse il cantante dei Counting Crows ha fatto pace con i suoi demoni, o forse no, certo ha portato in scena una esibizione così intensa, a tratti superba, che siamo rimasti tutti inchiodati a seguirne ogni minima mossa per oltre due ore.

La voce, quella non ha fatto paura. Tutt'altro. Adam Duritz ha dimostrato di essere uscito bene dagli anni 90, pur con qualche cicatrice addosso. Ricordando il Van Morrison degli anni 70, da sempre il suo punto di riferimento imprenscindibile, coadiuvato da una band energica e raffinata allo stesso tempo, con le movenze soniche tipiche del rock degli anni 70, quelle di un altro imprenscindibile punto di riferimento per i Corvi e cioè The Band, i Counting Crows hanno saputo traghettare gli anni 90 nei 70 e infine nel terzo millennio con uno sforzo glorioso e avvincente. 

In quella che è stata una serata di fantasmi ed eroi, sopravvissuti e sconfitti, hanno iniziato con una esecuzione travolgente, di quelle che di solito tutti gli altri risparmiano per il gran finale. Round Here, quasi nove minuti di durata, è stata l'apoteosi posta a inizio show con Duritz che più che cantare recitava, vocalmente e con i gesti, una storia ai bordi di un parcheggio abbandonato. Da quel momento nessuno o quasi si è più mosso dal suo posto, consapevole che non si poteva perdere un secondo di una serata che appariva già imperdibile. 

In realtà subito dopo quell'esordio diversi pezzi sono apparsi eseguiti senza particolari sforzi, appena un compitino ben fatto, e cioè le successive Scarecrow, Richard Manuel Is Dead e Cover up the sun. Ma è bastata Mr. Jones, indiavolata e sarcastica allo stesso tempo, a riaccendere l'adrenalina: eccolo, il signor Jones che si chiede chi è, che ruba identità altrui, che cerca di costruirsi un io inesistente, nella danza buffa e commovente di un uomo grasso e spaventato.