BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Musica e concerti

LEONARD COHEN/ "Popular Problems": la bellezza di essere vecchi

Leonard Cohen festeggia i suoi 80 anni appena compiuti con un nuovo disco, "Popular Poblems", di grande bellezza e spessore. Ecco la recensione approfondita di PAOLO VITES

Leonard CohenLeonard Cohen

E' bello diventare vecchi. Ce lo dice Leonard Cohen, 80 anni appena compiuti e un disco nuovo nuovo che esce in questi giorni, "Popular Problems". Un disco che fa venir voglia di ridere. Non un riso beota come quello a cui siamo abituati, ma un riso di gioia, come quello di un bambino. Vecchio e bambino in fondo è la stessa cosa, entrambi hanno una innocenza che si perde nella strada di mezzo, anche se questo nostro mondo moderno ci fa credere che essere anziani è una cosa brutta e allora meglio soluzioni facili come l'eutanasia legalizzata per evitare il problema.

No, c'è un modo di diventare vecchi, che è davvero bello. Certo, dipende da come si è vissuta la vita. Se la si è sprecata in sogni, ideologie, simboli fasulli, superficialità, quelli di cui ci inondano le pubblicità televisive, diventare vecchi sarà un incubo. Se la vita la si è spesa alla ricerca della Bellezza, essere vecchi porterà al disvelarsi di questa ricerca.

Non che il nuovo disco del poeta canadese sia così gioioso, almeno per quanto riguarda le liriche, che tratteggiano invece un mondo infernale dove la violenza, lo stupro, la guerra, le ingiustizie sono cibo quotidiano (Ho visto gente morire di fame / Eccidi, stupri / I villaggi bruciati / E loro in fuga / Non potevo incontrare i loro sguardi / Fissavo le mie scarpe / Era acido, era tragico / Quasi come il blues). Ma è il modo con cui Cohen affronta questi "problemi popolari", perché ce li hanno tutti anche se fanno finta di non vedere, che è illuminante e rasserenante.

Innanzitutto musicalmente: fa quasi tenerezza sentire questo uomo ottantenne cercare di tirare fuori con forza quello che gli rimane della sua voce in Did I Ever Love You. Fa tenerezza sentirlo rivisitare quei mondi musicali antichi in cui ha sempre vissuto e che oggi i talent show e un rock cialtrone non ricordano più: blues, jazz, folk, gospel. Quanta bellezza teneramente condivisa in questo approccio musicale a cui basta pochissimo: un pianoforte, delle tastiere, delle voci femminili di accompagnamento, qualche spruzzata di fiati a dettare il ritmo. E si ride e sorride ascoltando queste canzoni, come ritrovare un vecchio amico, un antico amore, da stringere e abbracciare. Perché adesso siamo vecchi, ma il cuore è giovane, giovanissimo, ed esulta di contentezza.

Qual è il senso di questo disco, per un ottantenne che potrebbe godersi la sua età al riposo, lo spiega lui stesso: "E poi, cos'è la fatica? Posso dire che mi stanco a cantare quando c'è gente che muore di fame, scende in miniera o marcisce in prigione? Fare quel che non ci piace è faticoso. Nel mio caso lavare i piatti". Ecco. Quanta dignità. Come i vecchi maestri del blues che hanno cantato e suonato fino a tarda età, Cohen oggi insieme a Dylan che lo segue a sette anni di distanza, è l'unico artista rock che a 80 anni può fare dischi con dignità. Nessun altro potrebbe farlo, con quei capelli tinti, i bicipiti in mostra, il desiderio un po' patetico di restare per sempre giovani nonostante le rughe che abbondano. Cohen, lo sappiamo ormai bene, è un maestro zen (in un convento buddista ci ha vissuto per più di dieci anni, ma senza mai rinnegare la sua fede nativa, quella ebraica) pieno di saggezza e comprensione. Sulla copertina del disco si appoggia a un bastone e va per la sua strada, come un Clark Gable sorridente, il Borsalino sulle ventitré, incontro alla fine di quella strada già pregustando quello che lo aspetterà. Cohen, di fatto, ci parla e ci canta da un altro mondo, quello eterno, dove con una gamba ci ha già messo piede.