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Musica e concerti

JEFF TWEEDY/ "Sukierae": quando il disco nasce in casa, tra papà e figlio

E' il primo disco solista del leader dei Wilco, ma è anche un disco speciale perché registrato interamente con il figlio diciottenne. La recensione di "Sukierae" di PAOLO VITES

Jeff e Spencer TweedyJeff e Spencer Tweedy

Certo che avendo a disposizione quello che probabilmente è il miglior batterista oggi in azione, e cioè Glenn Kotche, fa un po’ sorridere pensare che Jeff Tweedy per il suo primo disco solista sia ricorso al figlio diciottenne. Non sorriderete più, però, dopo aver sentito come suona il ragazzo, fermo restando che Glenn Kotche è un gigante e aveva spesso accompagnato Tweedy nei suoi tour solisti. 

“Sukierae” però non è solo un disco solista e dunque Tweedy bene ha fatto a distaccarsi dai compagni nell’avventura Wilco (che, sappiatelo, restano vivi e vegeti e attivi), ma è anche e soprattutto un disco “di famiglia” il cui titolo non a caso è il nomignolo della moglie e della mamma dei due, affettuosamente dedicato a lei che ha passato un brutto periodo per problemi fisici.

E allora chiariamo un paio di cose ancora: “Sukierae” per chi pensava fosse simile a quel folk puro, cristallino, profondissimo che il leader dei Wilco propone nei suoi numerosi tour solisti, insomma quello che si ascolta nel bellissimo dvd "Sunken Treasure: Live in the Pacific Northwest" è altra roba. Nel disco appare poi anche un membro dei Wilco, il polistrumentista Scott McCaughey, così come ci sono parti vocali di Jess Wolfe e Holly Laessig della band dei Lucius, ma il disco vero e proprio è frutto di papà e figlio Tweedy. 

Spencer è batterista straordinariamente dotato, ha uno stile unico e a volte informale, sicuramente istintivo ma si accoppia a perfezione con le melodie sbilenche, caotiche, declamatorie del padre. I due sono anche in giro in coppia a promuovere il disco con diversi concerti. 

Detto, questo, narrano le cronache di famiglia che papà e mamma scopersero le doti naturali di Spencer quando aveva solo 5 anni e che lui si sia sempre tenuto in disparte dalla carriera paterna fino a quando è stato il padre stesso a chiedergli di registrare insieme. E dunque? Il risultato è piacevolissimo per chi ama quel personaggio unico, geniale, confuso ma strabiliante che è Jeff Tweedy, forse l'unico vero innovatore della scena rock americana degli ultimi quindici anni.

Tweedy dimostra, inoltre, nonostante gli ultimi due dischi dei Wilco non avessero stupito come i precedenti capolavori della band, di avere ancora tantissima carne al fuoco dal punto di vista creativo e questa avventura crediamo non possa che fare del bene al futuro della sua band. 

Curioso come sempre nei suoi momenti migliori, Tweedy esplora latitudine diverse e avvincenti: psichedelia, noise, punk e anche il folk che ama tanto aggiungendo piacevoli venature country. 

Il disco comincia con una scarica di energia punk, unico episodio del genere, Please Don’t Let Me Be Understood, che ricorda gli inizi garage degli Uncle Tupelo.