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COWBOY JUNKIES/ “Black Eyed Man”: il lamento di Flannery O’Connor

Un disco, seppure uscito molti anni fa, rivela solo oggi quello che potrebbe essere il suo reale contenuto. E' Black Eyed Man, dei Cowboy Junkies. di PAOLO VITES

Immagine: la schiena di Parker Immagine: la schiena di Parker

“Ogni sera c’è del rossetto sulla sua camicia, ogni mattina lei lo lava via. Aveva sentito dire che in ogni vita una parte della vita stessa deve cadere, così lei passa la sua serata pregando che arrivi un po’ di quella pioggia del sud” (Southern Rain, Cowboy Junkies). Se Flannery O’Connor fosse stata una cantante rock, sicuramente avrebbe militato nei Cowboy Junkies, prendendo il posto della deliziosa e brava Margo Timmins come vocalist della band. Soprattutto, avrebbe scritto i testi delle canzoni di quel gruppo. In realtà li scrive benissimo Michael Timmins, chitarrista e songwriter quasi unico della band canadese. Southern Rain fa parte di un disco, “Black Eyed Man” che per molti versi incarna misteriosamente lo spirito della grande scrittrice americana.

Non è l’unico, Michael Timmins, ad aver incarnato quello spirito in campo rock. Flannery O’Connor è una delle maggiori influenze in certo songwriting rock, da Bruce Springsteen a Nick Cave a Bono degli U2 per citare le super star, fino a Jim White, Mary Gauthier, Natalie Merchant e Lucinda Williams per dire di quelli che hanno avuto riscontri commerciali meno eclatanti. Anche Rob Zombie, cantante e regista cinematografico di film horror ha attinto, portandolo all’ecceso, in quel folklore sudista dal sapore gotico e noir che la O’Connor rese in libri e racconti memorabili.

Ma che cosa una band composta da tre fratelli e un amico canadesi abbiano saputo individuare  nella scrittrice non lo sapremo mai, ma d’altro canto non importa neanche. Non sappiamo neanche se Michael Timmins abbia letto e apprezzato quei libri, sta di fatto che in “Black Eyed Man” salta all’occhio una corrispondenza con molti dei racconti della O’Connor. C’è un tratto distintivo che accomuna tutti gli autori rock che in qualche modo si possono avvicinare alla scrittrice e che si ritrova in questo disco: avere il coraggio di andare a curiosare negli angoli più oscuri del cuore dell’uomo, in quei posti dove il male e la violenza, fosse anche per pochi istanti, inabitano e si manifestano.

“Black Eyed Man”, titolo del disco dei Junkies uscito nel 1992, d’altro canto sarebbe stato un titolo perfetto anche per Flannery, un titolo evocatore ad esempio di Parker’s Back, La schiena di Parker. Che cosa è infatti un “uomo dall’occhio nero” se non una persona che sta al confine tra peccato e redenzione, con un piede negli inferi e il capo piegato indietro a vedere se c’è ancora il suo angelo custode a porgergli la mano? Lo stesso tipo di personaggio che fa capolino in quel racconto della O’Connor, un uomo che rifiuta la fede, odia la moglie e si nasconde dal mondo.

 “Black Eyed Man”, a parte “The Trinity Sessions” e il suo seguito di vent’anni dopo, è sicuramente il disco migliore della band a molti livelli. C’è un senso di esultanza e comunione musicale, di eccitazione e di sperimentazione che non si ritrova in nessun altro dei pur bei dischi dei Junkies. E’ facile avvertirlo nella musica che sgorga rigogliosa, nella voglia di cantare e di suonare che ogni musicista ci mette dentro ed è la cifra che fa sì che un disco sia migliore degli altri, quel senso di ispirazione che corre fresco e viene fuori a ogni singola nota. In “Black Eyed Man” i Cowboy Junkies si immergono con competenza ma anche umiltà nel grande fiume della musica americana: ballate country, dolenti valzer, blues sferragliante, suoni dixieland, umori profondamente folk. E’ un linguaggio sonico totalmente americano, seppur declinato con le caratteristiche della modernità rock. Come se i Sonic Youth avessero inciso le loro cose migliori a Nashville. Il tutto con il loro marchio inconfondibile fatto di minimalismo sonico a cui Michael Timmins regala questa volta sferzate chitarristiche metropolitane, potenti e viscerali. Naturalmente il collante di tutto è la voce eterea, spirituale, malinconica e sognante di Margo che in questo disco raggiunge il suo vertice in Townes’ Blues dedicata a Townes Van Zandt che nello stesso disco regala al gruppo canadese una ode, anzi un lamento dolorosissimo, Cowboys Junkies Lament. A concludere il cerchio, i Junkies incidono la sua To Live is to Fly che diventa poi la chiave di lettura di tutto il disco.

“Black Eyed Man” è il disco che avrebbe potuto comporre Flannery O’Connor. Come hanno detto loro stessi, “il disco ha un tema lirico preciso, che è quello dell’amore trovato, perso e tradito, il viaggio dell’Uomo dall’occhio nero, un uomo perseguitato, senza volto e senza nome”.