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OPERA/ Con Jenüfa di Leoš Janáček, Bologna fa centro

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Tanto più sorprendente in quanto nei novanta minuti precedenti non c’è stata né un’aria né un duetto né un concertato. Il libretto è in prosa e i versi e la scrittura musicale è un mosaico  di frammenti emotivi, spesso contraddittori, che si scompongono e ricompongono in continuazione, fondendosi con il parlato in quanto ogni nota ed ogni registro è plasmato sulla parola (e viceversa).

Due parole sulla parte musicale dello spettacolo. In buca l’orchestra è diretta da Juraj Valcuha  con grande rigore ma – come vuole Janácek - ogni orchestrale è un consumato solista: si pensi alle note dello xilofono con cui inizia l’opera. Nel cast Angeles Blancas Gulin, di solito in ruoli di giovane donna avvenente trionfa, truccato da donna anziana, nel difficile ruolo della Sacrestana , Andrea Dankova  è una Jenüfa  di forte piglio drammatico e vocale, Brenden Gunnell  è uno Laça cesellato e con magnifici do maggiore di petto; Ales Briscein uno Steva , vanesio farabutto . Numerosi gli altri (tra cui molti giovani italiana) che fanno da contrappunto piccolo borghese.

Geniale la regia di Hermanis. Questa Jenüfa , con il suo significato imperniato sul perdono umano e soprattutto divino, è atemporale. Un gigantesco rosone circolare, sul quale campeggiano i profili di alcune figure femminili sostituisce il sipario quasi fosse la ruota di un mulino, mossa da una società matriarcale, arcaica, senza tempo. Il palcoscenico è diviso in due parti: in basso e quasi sul boccascena i cantanti-attori con danzatori (coreografia di Alla Sigalova) come basso rilievi di un muro; in alto, su gradoni, il coro diretto con perizia da Andrea Faidutti. Ma il vero coup de théâtre è che il primo e terzo atto si svolgono n ella Moravia mitica delle favole (come immaginate nel 1904 a Vienna) mentre il secondo in una povera casa morava del 1960 circa con una cucina vetusta, un vecchio frigidaire ed una televisione in bianco e nero sempre accesa (anche se con l’audio spento).



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