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BIG STAR/ "Nothing Can Hurt Me": il documentario sulla più grande band americana che non ebbe successo

I Big Star: una storia di sfortune e mancati riconoscimenti. Oggi che dei quattro componenti ne è rimasto vivo uno solo, ci si ricorda di loro. L'articolo di PAOLO VITES

Big Star Big Star

Non tutte le storie rock sono storie di successo, anzi. Ma il mancato successo non è sinonimo di scarsità artistica, esattamente come i primi posti in classifica non significano automaticamente essere un bravo autore di canzoni o un buon interprete. Tutt'altro. Le storie rock sono fatte di momenti, imprevedibili svolte, fortune o sfortune. Non solo: chiunque pensi che una buona recensione serva a lanciare al successo un artista, dovrà ricredersi dopo aver letto questa storia. 

I Big Star infatti non hanno ricevuto soltanto un paio di buone recensioni: sono riusciti ad esibirsi davanti a un centinaio dei migliori scrittori rock d'America tutti in una volta e ad esaltarli tutti, uno per uno. Ma il successo è rimasto una chimera, e la loro breve storia è finita con un incidente mortale d'automobile e una lenta ma implacabile decadenza mentale. Gli elementi per fare di quella dei Big Star una storia unica e allo stesso tipicamente rock ci sono tutti, inclusa la morte di uno dei due leader, Chris Bell, alla fatidica età di 27 anni, quella del "club dei 27" (Jim Morrison, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain…).

Ma soprattutto, nel breve spazio di tempo che i Big Star sono esistiti (tre dischi più una improbabile reunion) ci hanno lasciato uno sfracello di bellissime canzoni e un genere musicale che ha influenzato dozzine di gruppi rock, alcuni dei quali tra i più amati e seguiti di sempre.

I Big Star, gruppo di ragazzi bianchi, partirono male sin dall'inizio, ma non per colpa loro. Nati a Memphis, la città di Elvis, finirono nel rooster di una delle massime etichette di musica di colore, la Stax, quella di, fra gli altri, Rufus Thomas e Otis Redding. Furono un tentativo in un momento di crisi di trovare nuove vie commerciali di puntare sul rock giovane e bianco, ma non andò così. A mettere insieme il gruppo agli albori degli anni 70 un ex ragazzo prodigio. Alex Chilton, che aveva ottenuto un successo da quattro milioni di dischi venduti nel 1967 con il singolo The Letter. Lui era la voce dei Box Tops. Dopo questa breve stagione insieme ad altri ragazzi di Memphis (Chris Bell, il batterista Jody Stephens e il bassista Andy Hummel) dà vita ai Big Star. Gli ingredienti ci sono tutti: Bell e Chilton vivono una primavera compositiva spumeggiante, scrivono brani perfetti pieni di esuberanza giovanile, amore per le melodie corali stile Beatles, usano uno stile chitarristico fresco e innovativo, hanno una sezione ritmica che non sbaglia un colpo. In seguito la loro musica power pop verrà definita, un pop accattivante su deflagranti ritmi e riff rock, un genere che negli anni 70 avrà dozzine di epigoni tutti baciati, a differenza degli inventori, del successo di massa.

La capacità di scrivere canzoni infuse di malinconia e momenti riflessivi, nonostante le bordate rock, influenzerà in seguito moltissimi band, due su tutte, i Rem e i Replacements.