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Musica e concerti

ROLLING STONES/ "Sticky Fingers" deluxe: dita appiccicose nel cuore dell'America

Esce in questi giorni una versione deluxe del celebre disco dei Rolling Stones "Sticky Fingers" contenente anche rarità e pezzi dal vivo. PAOLO VITES ne racconta la storia

Jagger e Richards, 1971 circaJagger e Richards, 1971 circa

“On the saxophone and tequila, Bobby Keys”. Così Mick Jagger introduce al pubblico il sassofonista morto nel dicembre del 2014 per complicazioni dovute a cirrosi epatica. Quella malattia che si prende quando si beve troppo, anche troppa tequila. Sono parole pronunciate prima dell’esecuzione live di Hony Tonk Women uno di quei brani caratterizzati proprio dal sax del musicista texano oltre a naturalmente a Brown Sugar che resterà sempre la sua signature song grazie al suo intervento poderoso di sassofono. Bobby Keys non c’è più come tanti altri eroi di quei giorni lontani, i giorni in cui, il primo maggio 1971, usciva l’album degli Stones “Sticky Fingers” forse il loro disco più perfetto e mitizzato in una lista di dischi straordinari. Si paga un prezzo per avvicinarsi così tanto al sole, come Icaro ha insegnato, e quei musicisti che in quei giorni quando il rock’n’roll era all’apice della “golden age” hanno pagato prezzi molto alti. Credete che a loro sia importato? Assolutamente no, perché quando sei dentro a quel vento impetuoso, quando sei “jumpin’ jack flash”, quando sei a colloquio con Dio tutti i giorni, il resto non ha importanza.

“Sticky Fingers” esce in questi giorni in una super versione de luxe con il disco originale rimasterizzato e altri due cd contenenti versioni alternative – ad esempio una spettacolare Brown Sugar in versione bluesy con Eric Clapton alla chitarra e Al Kooper al pianoforte – e un disco e mezzo dal vivo registrato a Leeds in Inghilterra nel marzo 1971 e al Marquee Club di Londra nello stesso periodo. Per la precisione: come sempre in operazioni del genere numerose le versioni disponibili. Nella edizione super deluxe è presente il cd col concerto di Leeds del 13.3.71 e un dvd con solo due brani, una specie di preview, dell'esibizione al Marquee di qualche giorno dopo (l'edizione completa uscirà a fine mese nella serie "From the vault", per cui sono già usciti altri live storici della band).

Nelle versioni deluxe semplici c'è "solo" un cd con i cinque inediti di studio e cinque pezzi live registrati nei due concerti che suonarono al Roundhouse di Londra il 14.3.71.

Insieme ad altri dischi di quegli anni, diventa così la versione definitiva di un periodo storico mai più ripetuto da nessuno, neanche dagli stessi Stones. Un periodo in cui scrivere e cantare canzoni corrispondeva alla vita e musicisti e pubblico erano una comunità unica, dove non c’era divismo ma si condivideva il sogno che quel mondo immaginato dalla musica fosse un mondo alternativo possibile al cinismo, alla noia, alla menzogna dei genitori.

La storia ha insegnato che quel mondo non è stato possibile realizzarlo, anche se per poco tempo è sembrato possibile. Il fatto che certi sogni non diventino realtà non vuol dire che non valga la pena continuare a sognarli, anche perché costituiscono la natura stessa del nostro io, del nostro cuore. Chiudere la porta vuol dire lasciar morire quanto di più vero abbiamo dentro.

Una volta uno che di rock’n’roll sa una cosa o due, il musicista americano John Mellencamp, mi disse che quando gli Stones pubblicarono Satisfaction mettevano paura, oggi non è più così. “Sticky Fingers” mette ancora più paura di Satisfaction, ma è una paura diversa. Se Satisfaction infatti nella sua irruenza giovanile chiedeva l’impossibile, tutto e ora, urlando con l’urlo di Jagger “soddisfazione” contro il mondo che la negava (l’uomo alla radio che continua a blaterare inutili informazioni, la pubblicità televisiva che dice quanto e come bianca deve essere la tua camicia, la ragazza che ti dice, torna un’altra volta perché sto attraversando sconfitte su sconfitte), nelle canzoni di “Sticky Fingers” c’è una paura che si rivolge al cantante stesso, la paura della morte, la paura che è stato tutto un grande inganno. Non è il divertimento sfrenato di Brown Sugar (che non parla di eroina, ma di sesso) la chiave del disco, infatti.