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Musica e concerti

BOB DYLAN/ Il Nobel 2.0 e le ragioni di un (finto) silenzio che sfuggono a Mr. Jones

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Quante volte Dylan è stato accusato di essere maleducato col suo pubblico, di non rivolgergli mai neppure una parola sul palco.  "In un concerto di Dylan - scrive Alessandro Carrera - c'è nell'aria qualcosa che non ha niente a che fare con lo statuto della rock star. Dylan è la prova vivente che l'arte non può essere solo il risultato di un freddo processo di comunicazione che procede da A a B. Egli sta dimostrando da una vita, ma ancora di più dal 1988, quando ha iniziato il "Tour  Infinito", che l'arte non è un fatto, l'arte è un'azione, una prassi, una militanza, e soprattutto una conversazione. Dylan non conversa personalmente con il pubblico, non fa l'entertainer. Dylan conversa con le sue canzoni, le ascolta e vi risponde, a distanza di anni e addirittura di decenni. Con questo suo incessante conversare con se stesso, Dylan porta la conversazione tra il pubblico, gliela dona senza preoccuparsi di come il dono verrà accolto, accende promesse di significato che altri dovranno decifrare, poi fa i bagagli e passa al prossimo concerto". Ecco, il punto è soprattutto questo, perché non è che a Dylan non importi di salire sul palco e di trovare là sotto il suo pubblico, la sua gente: gliene importa, eccome, invece: “a salire su un palco rischi la vita ogni volta”, ebbe a dire un giorno.

“Sono felice che le mie canzoni ricevano questi onori”, ha dichiarato Dylan in occasione del premio “MusiCares Person Of The Year”, conferitogli a Los Angeles nel febbraio del 2015, aggiungendo: “sapete, non sono arrivate fin qui da sole. E’ stata una lunga strada e c’è voluto molto impegno. Queste mie canzoni sono come le storie di misteri, quel genere di storie che Shakespeare sentiva quand’era ragazzo. Penso che si possa ricostruire quello che ho fatto partendo da così lontano. Erano ai margini allora, e penso siano ai margini ancora adesso. Suonano come se stessero viaggiando su un terreno difficile”.

E adesso, dopo giorni e giorni di silenzio, Bob Dylan ha parlato. Ha detto che era rimasto “senza parole” di fronte alla notizia del Nobel. Il premio della letteratura che non trova altro da dire se non che “apprezza davvero tanto un tale onore”. “Entri nella stanza, la matita in mano, vedi un uomo nudo e dici “chi è costui?”. 

Sono i primi versi di Ballad Of A Thin Man. Sì, siamo davvero tutti dei mister Jones, facciamo fatica a capire cosa accade, anche Dylan. Ma nelle note di copertina di Bringing It All Back Home, nel lontano 1965, Bob aveva già scritto tutto quel che c’è da dire sulle sue canzoni: “una canzone è qualcosa che è in grado di camminare da sola / io sono uno scrittore di canzoni / una poesia è un uomo nudo…qualcuno dice che sono un poeta”. Ora l’hanno detto anche a Stoccolma, e non c’è davvero più niente da aggiungere. 

Ci basta proseguire lungo la nostra strada, insieme a quelle canzoni, e senza pretendere che qualcuno, nemmeno Bob Dylan, ce le spieghi. Ma continuando ad andare a caccia, nella nostra vita, di ciò che conta: quel desiderio di verità, felicità e bellezza che è scritto dentro il nostro cuore. 

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