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Musica e concerti

LEONARD COHEN/ Morte di un donnaiolo: c'è una crepa in ogni cosa e da lì passa la luce

Leonard CohenLeonard Cohen

Qualcuno gli disse che Marianne stava morendo, non si vedevano da decenni. Allora le aveva scritto un bigliettino: "Sento che l’amore non muore mai e che quando c’è una emozione talmente forte da far scrivere una canzone su di essa, allora c’è qualcosa riguardo quell’emozione che è indistruttibile. E allora, Marianne, è arrivato questo tempo in cui siamo entrambi molto vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi. Penso che ti seguirò molto presto. Sai che ti sono così vicino che se allungassi la mano, potresti toccare la mia. E sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza. Ma non c’è bisogno che ti dica più nulla di tutto questo perché sai già tutto. Adesso, voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore infinito. Ci vediamo lungo la strada".

Dicono che lei, Marianne, sul suo letto di morte, abbia pianto qualche lacrima mentre le leggevano questa parola e sia morta con un sorriso dolcissimo. "Addio Marianne, è tempo che cominciamo a ridere e piangere e piangere e riderci sopra a tutto quanto di nuovo".

 

Dicevano che fosse stato "un donnaiolo", tante bellissime amanti per tutta la vita, ma lui ci rideva sopra, dicendo che piuttosto la gran parte della sua vita l'aveva passata da solo e che con le donne era un disastro. Certo che in quella foto della copertina di quel disco pazzesco, imbottito di cocaina, pistole e tutta la decadenza lussuriosa della metà degli anni 70, sembra una sorta di Humphrey Bogart della canzone, con quelle meravigliose donne accanto. D'altro canto quel disco si intitolava "morte di un donnaiolo". Maledetto umorismo ebraico. 

Tutti i più grandi geni del 900 sono ebrei: Dylan, Woody Allen, Einstein, ha detto qualcuno. Già lui era canadese, ma forse era il più grande genio di tutti loro. Sicuramente quello che portava dentro il dolore più grande, fino a sentire che "c'è una crepa in ogni cosa ed è da lì che passa la luce". Solo nel dolore e attraverso il dolore passa la vita e si illumina.

 

E quel famoso impermeabile blu che fine aveva fatto, gli venne improvvisamente da pensare. Il caffè si era raffreddato, ma non si sentiva di andare dentro in cucina a versarsene un'altra tazza. Allora si accese un'altra sigaretta e pensò ai gironi di quell'inverno dannatamente freddodi tanti anni prima a New York, in Clinton Street, alle quattro del mattino. Ripensò a lui e a lei, quel triangolo impossibile, quel desiderio di carne e sangue e passione e amore e sangue devastante, quel desiderio di possesso e di perdizione che lo aveva perseguitato per gran parte della sua esistenza: "E che posso dirti fratello mio, mio assassino, che cosa posso dirti? Mi sa che mi manchi, mi sa che ti ho perdonato, sono felice di essermi imbattuto in te, e se ritornerai mai da queste parti, per vedere Jane o vedere me, be' il tuo nemico sta dormendo e la sua donna è libera".

Spense la sigaretta, sentiva delle fitte al suo vecchio cuore. Non era preoccupato: "Sono pronto a morire, spero solo non sia doloroso" pensò. “Hineni, hineni; I’m ready, my lord". Sente le voci dei profeti della sua religione, vede le mura di Gerusalemme, vede il Cristo che spezza il pane e versa il vino su quel tavolo. Sente Abrano, "hineni, hineni, sono pronto mio Signore a sacrificare mio figlio Isacco". E' anche una antica preghiera del suo popolo, per prepararsi alla morte con umiltà, rivolta a Dio. Ha usato quei versi nel suo ultimo disco, è appena uscito, ho fatto in tempo a finirlo pensa soddisfatto. 

La volontà di servire il mio destino, ecco cosa significa. Se devo morire, lo accetto e sono pronto.