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DE GREGORI/ Il "mondo politico" di Bob Dylan ci ricorda che viviamo tra le stragi degli innocenti

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Si pensi, ad esempio, all’ultimo disco di inediti di Francesco, Sulla Strada, ed alla canzone Guarda Che Non Sono Io, col suo immediato richiamo alla dylaniana It Ain’t Me Babe, in cui è il musicista stesso a mettere in guardia il suo interlocutore, con quel "guarda che non sono io quello che stai cercando / quello che conosce il tempo e che ti spiega il mondo / guarda come sta piovendo / guarda che ti stai bagnando / guarda che ti stai sbagliando / guarda che non sono io". Come a dire: non fare l'errore di venire a chiedermi il significato delle mie canzoni per decifrare ciò che stai vivendo. Se una canzone o un disco servono a qualcosa, è a far riflettere te e lasciare che rimanga aperta una domanda di significato su ciò che ti accade, con tutti i rischi del caso. 

Provare ad avvicinarsi così ad un nuovo concerto di De Gregori rappresenta, per chi scrive, l’unico approccio buono per entrare ancora una volta nella vera magia delle sue canzoni. Che appaiono, grazie all’apporto di una band ormai rodata, musicalmente più che mai incisive, mantenendosi per il resto sempre solide, grazie alla voce di Francesco che non perde smalto con gli anni, ma, giocando come sempre con le parole, rimane in grado di resistere anche sui più registri impegnativi. 

Nella prima parte del concerto, come si è già detto, si assiste alle riletture dei brani di Dylan, con De Gregori che, interpretandole,  sembra assumere perfino le posture stesse dell’artista americano. Un po’ rigido, a tratti quasi impacciato e chaplinesco, confessa anche candidamente di aver bisogno di tenerne il testo scritto davanti mentre canta, nel timore di cadere in qualche errore. Perché si tratta di Bob Dylan, spiega, e le parole sono importanti, non come quelle, invece, delle sue canzoni, che “se non mi ricordo qualche parola, la cambio che voi neanche ve ne accorgete e a volte diventa anche meglio di prima”. C’è un’unica eccezione, Non è buio ancora, la dylaniana Not Dark Yet, di cui afferma di aver imparato subito a memoria il testo e che, come d’incanto, ci getta all’indietro nelle atmosfere di quel disco, Time Out of Mind, che tutt’oggi resta una delle vette dell’intera opera di Dylan.

Ma è la seconda parte del concerto, quella aspettata da tutti con maggior desiderio, e De Gregori non delude. Ci sono i classici di sempre, come Generale e Pablo, cantati in coro dal pubblico dalla prima all’ultima strofa. C’è Buonanotte Fiorellino, al termine della quale Francesco confessa, con un po’ di tenerezza: “l’ho cantata proprio come la cantate voi”, che sembra quasi una dichiarazione di non appartenenza, ciò che accade quando una canzone è in grado di camminare da sola, è entrata nella vita di tante persone e dentro ciascuna di quelle vite si è fatta capace di dire qualcosa.

 Poi ci sono i brani a torto ritenuti minori, solo perché uditi meno spesso degli altri, come L’AngeloIn OndaLa Casa, e Pezzi di Vetro quest’ultima in versione acustica e solitaria. La band è in grado di passare con disinvoltura dai momenti più intimi a fasi ritmicamente più serrate, come è il caso de L’Agnello di Dio, che, conA Pà, costituisce invariabilmente l’inizio della seconda parte degli show in questo tour. 

E poi, all’improvviso, arriva Santa Lucia. Il corpo di Francesco si fa immobile, gli occhi si chiudono, la voce si aggrappa al  microfono come se, liberata, riuscisse finalmente ad uscire per gettarsi dentro la nostra mente e i nostri pensieri. Quattro minuti di canzone diventano un tempo dilatato e  senza confini,  lo fanno divenire sottile gioia ed emozione, fino a fondersi con quelle note finali, l’attacco di “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla, con Francesco che sparisce, si siede nel buio, sposta i riflettori da sé e lascia che la luce, dal centro del palco, raggiunga, dentro le note, i mille cuori che gli stanno intorno.