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Musica e concerti

DAN STUART/ "Marlowe’s Revenge": il detective dell'anima è tornato

Dan Stuart con i Twin TonesDan Stuart con i Twin Tones

Quattro anni son passati e Dan Stuart è sempre tra noi. Ancora concerti, in giro per l’Europa, supportato ora da Tom Heyman, ora da Antonio Gramentieri e Fernando Viciconte dei Sacri Cuori. E di nuovo un disco, Marlowe’s Revenge, uscito lo scorso febbraio. Dan Stuart è morto, Dan è vivo, insomma, con le prime note di copertina che fanno intravedere un desiderio di riscatto: “se perdi una grande battaglia resterai afflitto per il resto dei tuoi giorni, assillato fino al giorno della tua rivincita”.  Eppure lo sguardo si mantiene disincantato e sarcastico; sul sito personale dell’autore si legge infatti che “il mondo potrebbe fare a meno del punto di vista morbosamente ipocrita di Stuart, ora che la sua incapacità di far fronte ai piccoli insulti della vita si è fatta vecchia e stanca”. 

Caro e ironico Dan che, per fortuna, non ti sei mai preso troppo sul serio. E, sempre sul sito, si legge anche la storia di questo nuovo disco. Fuori dalle righe, come lo è sempre stata la sua vita. Inizia tutto con una dozzina di canzoni, arrangiate con accordature aperte su una Martin scassata che “riflette alla perfezione la psiche di Stuart” e che sbarcano in un bunker di Oaxaca che chiamare studio di registrazione appare per lo meno azzardato. Canzoni che parlano di “amore e perdita, omicidio e vendetta: i soliti lamenti di Stuart, ma con una sorta di scintilla, un bagliore di luce nascosto da qualche parte nel profondo della sua pancia”. E quelle canzoni cercano una via d’uscita, una maniera per venire alla luce, finché Dan scova su internet una band messicana che “non è una caricatura del Messico”, ma una vera e propria garage band, in cui nessuno dei componenti del gruppo supera la metà dei suoi anni. Manda un messaggio su facebook a quei musicisti che “parlano un inglese scarso ma con un accento rock’n’roll”, per sentirsi rispondere: “sì, abbiamo uno studio di registrazione e incidiamo la nostra musica, ma tu chi diavolo sei?”. 

Insomma, amore a prima vista. E per Stuart e i Twin Tones lavorare sulla produzione di Marlowe’s Revenge diventa un gioco da ragazzi. Certo, c’è l’aiuto anche di JD Foster, rodato compagno di viaggio in più di un’occasione, ma il disco che viene fuori, chitarristico, energico, graffiante, ha il sapore della freschezza di un frutto colto appena maturo. Hola Guapa, che apre il disco, The Whores AboveAll Over You, richiamano alla mente le sonorità dei primi Green On Red, quelli di Gas Food Lodging e Gravity Talks, ma non si tratta di lavoro retorico dove la sensazione di un dèjà vu prende il sopravvento. Certo, la voce di Dan è sempre quella, malinconica e trascinata, e la chitarra che ricama sulla splendida ballata Soy Un Hombre richiama i momenti migliori di quella di Chuck Prophet, ma tutto il disco possiede un’indubbia originalità. 

Il suono della frontiera compare poco, solo qua e là e probabilmente più per merito di Stuart che dei suoi giovani e rampanti amici messicani. E’ il caso di Name Hog, canzone dal ritmo peraltro serrato ed ironica e sprezzante nei confronti di musicisti e discografici, e di Zipolite, lenta e notturna, invece, dove la narrazione da scrittore noir di Stuart riemerge prepotentemente. Proprio Name Hog sembra spiegare meglio anche il titolo del disco. Nei confronti di chi Marlowe può avere bisogno di rivalsa? “Verso tutti quei bravi cantanti e cantautori che stanno là fuori”, risponde laconicamente Dan. 

Quanto è autobiografico quest’album? Possiamo intuire qualcosa, ma non ci è dato di entrare più di tanto nella mente travagliata del suo autore. Se Name Hog rappresenta il disprezzo verso un certo tipo di ambiente nel mondo musicale, scandagliando i testi troviamo quasi ovunque anche un rapporto conflittuale col sesso femminile. Hola GuapaElena – da cui è tratto il primo video del disco – Soy Un HombreThe Whores Abovesono gli esempi più calzanti. L’amore è spesso perdita e frustrazione, quando non rabbia o disprezzo. Sembra la crisi e il disincanto di un uomo di mezza età che ha sofferto troppo, vagato senza mai giungere ad un porto sicuro – “dall’età di diciott’anni ho vissuto in venti case o appartamenti, in sette città diverse e in quattro nazioni” – e che non riesce a trovare una chiave di lettura su ciò che gli accade, nonostante, probabilmente lo desideri più di ogni altra cosa.