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Musica e concerti

BOB DYLAN/ "Fallen Angeles": da Woody Guthrie a Frank Sinatra, l'unico vero cantante popolare

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Quando s’imbatte nella musica folk, all’inizio degli anni sessanta, ascolta solo quegli standard: “andavo a dormire cantando brani folk”. E quando arriva il rock’n’roll salta su quel treno che solo apparentemente sembra distruggere tutto quello che c’è stato prima. La musica è la sua vita, lo incanta, ipnotizza la sua mente, ne plasma le emozioni e i desideri. E scrive, compone canzoni, lo fa come nessun altro. Eppure nulla va perduto: “queste canzoni non uscirono dal nulla. Non le inventai di sana pianta. Uscì tutto dalla musica tradizionale, folk tradizionale, rock’n’roll tradizionale e la tradizione delle grandi orchestre swing”. Ogni tratto della sua strada è una svolta. I critici ed i fan lo amano e lo odiano, stentano a tenere il passo. Posa la chitarra acustica e prende l’elettrica, si rifugia a Woodstock, poi salta sul carrozzone della Rolling Thunder Revue, passa con disinvoltura dallo stile Las Vegas del tour di Street Legal alla musica gospel, torna in scena con Tom Petty e gli Heratbreakers, per poi imbarcarsi di nuovo nel neverending tour, una serie di concerti senza fine dal 1988 ai giorni nostri: “se verrete a cercarmi a novant’anni, probabilmente mi troverete su un palco da qualche parte”, ebbe a dire di recente. 

Per questo l’intuizione originaria di Guthrie è quella che spiega meglio di chiunque altro anche il Dylan di oggi: lui è il vero “cantante popolare”, capace d’interpretare i propri brani come quelli degli altri, canzoni in grado di scorrere nelle vene della gente per poi innalzarsi in cerca della bellezza: “una canzone è qualcosa che può camminare da sola “, scrisse Dylan tanti anni fa.

 

E poi la voce. “Quel ragazzo ha una gran voce”, aveva detto Woody. Eppure in tanti, dopo, l’avevano criticata. “Sostengono che non so cantare, che gracchio come una rana. Perché non lo dicono di Tom Waits? – si lamenta oggi Dylan - Che la mia voce è andata, che non ho più voce. Perché non lo dicono di Leonard Cohen? Che non so seguire la melodia. Davvero? Non l’ho mai sentito dire di Lou Reed. Perché lui l’ha fatta franca?”. “Le voci – aggiunge - non devono essere giudicate per quanto sono belle, quello che conta è se ti convincono che stanno dicendo la verità”.

E’ davvero così. E non è vero, invece, che Dylan non abbia voce: non lo è soprattutto ora. Fallen Angelsè un disco dove l’attenzione al fraseggio ed alla melodia giunge a vertici assoluti. Musicalmente l’album è un diretto discendente del precedente Shadows In The Night, costruito sul suono essenziale della band con la quale l’artista americano si esibisce dal vivo da diversi anni, basato sulla pedal steel guitar ed il violino di Donnie Herron e sui ricami chitarristici di Charlie Sexton, sostenuti solo in sottofondo dal contrabbasso e dalle percussioni di Tony Garnier e George Receli. 

Gli arrangiamenti originali di questi brani prevedevano fino a trenta strumenti, ma qui si respira ugualmente un’atmosfera soffusa, raffinata, solenne senza che ci sia bisogno di un’orchestra. “Quello che dovevamo fare era arrivare al cuore di quello che rende vive queste canzoni”, ha detto Dylan ed è indubbio che in qualche modo ci si sia riusciti. Sono canzoni che affascinano e inquietano allo stesso tempo, suscitano gioia e malinconia, standard della musica pop e jazz americana, e quindi canzoni popolari, perché pescano di continuo da quell’universo della sfera umana che non smettono di rappresentare. Brani celebri riportati alla luce, rivestiti di nuova dignità e splendore: “che brutta parola, cover, dice Dylan: “è un termine spregiativo. Cosa significa quando copri qualcosa? Che la nascondi? Non ho mai compreso quel termine”.