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NEIL YOUNG/ Il concerto: The Promise of the Real, tra promessa e realtà. Come restare per sempre giovani

Foto di Giuseppe Verrini Foto di Giuseppe Verrini

L'inizio è in splendida solitudine, vagando per il palco a evocare i fantasmi: Heart of Gold, The Needle and the Damage Done oltre ai due pezzi già citati. Poi arrivano i ragazzi, capacissimi di ambientarsi nel classico country californiano del nostro: tuffo al cuore per la raramente eseguita Out on the Weekend, con quel un-due-tre della batteria che è stata la colonna sonora di un'epoca, cantata con il cuore dai tanti presenti. Comes a Timedimostra la voglia di Young di inventare nuovi, delicati arrangiamenti, mentre Old Man ovviamente fa esplodere i presenti. Un po' di fischi partono quando Lukas Nelson si siede al pianoforte per Volare di Domenico Modugno, omaggio a "this beautiful countryside of Italy" come dice Young. Stucchevole, ma vabbè. 

Quando sale sul palco Willie Nelson invece è una botta di quelle forti forti: mai venuto prima in Italia e mai più ci verrà probabilmente, l'ultimo superstite degli outlaws texani, 83 anni portati magnificamente, sfonda il palco e tutta la città di Milano (sotto una splendida luna piena che lo stesso Neil Young indica col dito) tanto è il carisma che si porta dietro anche prima di cominciare a cantare. Duetta in Are There Any More Real Cowboysed è come se fossimo al Farm Aid, l'evento a sostegno dei contadini americani che lui e Young portano avanti da trent'anni. Poi esegue la sua classicissima On the Road Again, e siamo su quelle strade blu e  polverose tra pullman Greyhound, auto scassate, rodeo bar, angeli e demoni. Un momento indimenticabile.

Con la bellissima Winterlong, altra chicca rara, parte una sequenza da brivido che continua con Alabama e Words, quest'ultima prima cavalcata elettrica sfidando Lukas e Micah che dimostrano di sapersi adattare benissimo a qualsivoglia cambio di atmosfera. Young non ha il passo violento e al calore bianco che è caratteristica di quando suona con i Crazy Horse, il suono della sua chitarra è totalmente 70s: slow, fatto di odore di marijuana, psichedelico, ma non mancano le bordate a base di feedback improvvisi. C'è una maestosità vintage in questo incedere così sognante e trascendente di cui il canadese è rimasto l'unico erede. Lui lo sa e a volte si avvicina alla telecamera che manda le immagini sugli schermi laterali e indugia con un sorriso ironico e sbeffeggiante, si atteggia manovrando la leva della sua Old Black, mentre sugli schermi le immagini si moltiplicano in primissimo piano come succedeva nello splendido film di Jomnahan Demme, Journeys. Tra una Powderfinger poderosa e cantata a squarciagola e una Mansion on the Hill acida, ci sono due momenti che nessuno dei presenti dimenticherà mai. Il primo è Cowgirl in the Sand, cavalcata infinita di note cupe, distorte, irrefrenabili con esplosioni deflagranti e tanto, tanto ricordo di una California che ha chiuso i battenti secoli fa. La seconda è una lunghissima Love to Burn, e qui lo show lo rubano i due fratelli Nelson.