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NEIL YOUNG/ Il concerto: The Promise of the Real, tra promessa e realtà. Come restare per sempre giovani

Pubblicazione:mercoledì 20 luglio 2016

Foto di Giuseppe Verrini Foto di Giuseppe Verrini

Vabbè, vedi questa masnada di ragazzini salire sul palco e pensi: ma che è, si è portato dietro i vincitori di American Idol o di X Factor? Quando però partono a suonare resti a bocca aperta e, tanto per dirne una, un amico fa: perché in Italia non esistono bassisti come questo? I Promise of the Real sono un gruppo pazzesco, da qualunque parte li giri. I due fratelli Nelson, Lukas e Micah, sono due chitarristi straordinari, il bassista Corey McCormick uno stantuffo instancabile dal cuore hard rock, il batterista Anthony Logerfo essenziale e scatenato quando ci vuole. Per la cronaca, a parte Danny Whitten e ovviamente Stephen Stills, è la prima volta nella sua carriera che Young si porta dietro un chitarrista solista, Lukas, intrecciando così duelli di chitarra che abbiamo sognato solo sui solchi di Four Way Street

L'iniezione di energia che ha portato questa band ha giovato moltissimo al 71enne canadese, un po' come successo a Paul McCartney quando cominciò ad accompagnarsi a musicisti della metà dei suoi anni e anche meno. E dovrebbe servire da esempio ad altri colleghi coetanei o giù di lì. 

Il concerto assomiglia per certi versi a quello che il canadese portò agli Arcimboldi nel 2008 (che per il sottoscritto rimane il suo migliore in Italia di sempre, anche perché aveva con sé gente come lo scomparso Ben Keith che aveva suonato con lui tutta la vita, ricreando perfettamente le atmosfere di un disco come Times Fades Away e nella parte acustica tirando fuori gemme come Ambulance Blues o Journey Through the Past). Anche il repertorio di Milano è in stragrande parte anni 70 - ha fatto quasi tutto Harvest e tirato fuori due brani raramente fatti dal vivo, come le acidissime, cattive e sanguinolenti Vampire Blues e Revolution Blues da On the Beach). E' stato un po' come mettersi lì e sfogliare quel grandissimo triplo album che fu Decade, la prima raccolta antologica multi lp con un sacco di inediti, su cui noi tutti ex ragazzi degli anni 70 ci siamo formati, ci siamo commossi e ci siamo innamorati.

La scaletta più o meno ha seguito un tema concettuale unico, sin dall'iniziale After the Goldrush, "look at Mother Nature on the run in 2016" aggiornando il verso originale "in the nineteen seventies", confermata dalla toccante Mother Earth. L'ambiente, la salvezza del pianeta "Earth", Terra, declinato in modo gentile e sommesso, senza proclami e prosopopea. Due contadini che innaffiano piante sul palco, un disinfestatore in tuta, ciliegie psichedeliche lanciate al pubblico. E quel tema che scorre discreto nelle sue canzoni da sempre: rispettiamo e amiamo la natura, ma non solo, anche i valori che hanno fondato il mondo libero: "Are there anymore country families still working hand in hand, triying to stand together and mak a stand?" si chiede in Are There Any More Real Cowboys? cantata in duetto con la leggenda vivente Willie Nelson, 83 anni, lunghe treccine da capo indiano, padre di Lukas e Micah. Quel mondo libero reclamato con urgenza e orgoglio in una versione lunghissima, piena di stop and go, tiratissima, esplosiva, osannante, declamante, mirabolante di Rockin' in the Free World che ha eseguito più tardi.


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