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Musica e concerti

LUCINDA WILLIAMS/ Il concerto: southern gothic sul lago di Pusiano

Lucinda WilliamsLucinda Williams

Avvicinarsi a Lucinda Williams, per chi scrive, è incontrare innanzitutto questo. E poi, naturalmente, rappresenta l’occasione di vedere un pezzo di storia della musica d’autore americana. Ne è passato di tempo, da quegli esordi - agli inizi degli anni ottanta - in cui Lucinda veniva considerata troppo rock per il country e troppo country per il rock. “Americana” e “roots rock” non erano di moda ed il rischio di sparire nell’anonimato fu allora piuttosto consistente. Ma oggi che la Williams, tredici dischi alle spalle e tre Grammy vinti in carriera, non ha più nulla da dimostrare, ascoltarla sulle rive dello splendido lago di Pusiano - una voce a 63 anni ancora affascinante ed un’attitudine punk che l’avvicina più a Chrissie Hynde che a Mary Chapin Carpenter - è davvero una soddisfazione. E l’unico rammarico è quello di non averla potuta vedere dal vivo qualche altra volta. 

Prima della Williams, c’è tempo per ascoltare la band che l’accompagna, i Buick 6, che si presentano sul palco in una manciata di composizioni originali. “Buick 6 Plays Well With Others”, recita il titolo del loro ultimo disco ed è proprio così: un trio cowpunk che mostrerà di essere il vero valore aggiunto dei concerti attuali di Lucinda. Butch Norton è un batterista energico e preciso, David Sutton, controcanto alla voce di Lucinda, è un basso che pulsa con fantasia sotto ogni canzone, e Stuart Mathis, straordinario chitarrista, dona colore, dolcezza ed energia alle melodie di ogni canzone. 

Dopo un breve intervallo acustico con le deliziose canzoni di James Maddock, cantautore inglese originario di Leicester, Lucinda Williams sale sul palco. 

L’andatura appare timida, quasi incerta. Si avvicina al microfono, lascia la chitarra per terra e attacca con la prima canzone, che sembra già una dichiarazione d’intenti: “I need protection from the enemy of love / I need protection from the enemy of rock’n’roll / I need protection from the enemy of good / I need protection from the enemy of soul“. Protection, tratta dal penultimo disco – Down Where The Spirit Meets The Bone - è quasi un pugno nello stomaco, cui segue quella Drunken Angel che Lucinda non smette di cantare ad ogni suo concerto. “E’ una canzone che trova la sua strada ogni volta, sera dopo sera – ha dichiarato recentemente in un’intervista – non importa se sei ad Oslo o a Salt Lake City. E’ come un inno, la gente lo ama, ed ogni volta risponde. Narra della storia di Blaze Foley (musicista country ucciso a quarant’anni dal figlio di un amico, ndr), ma oggi potrebbe raccontare di Townes Van Zandt, o di Kurt Cobain e di qualsiasi artista che è morto troppo giovane”. West Memphis è la terza canzone, ancora uno scenario di dolore, la morte di tre ragazzi innocenti ed un uomo in carcere che si dichiara innocente. 
Insomma, pronti, via. Uno, due, tre, e siamo entrati senza pietà nel libro dei racconti di Lucinda, in quell’America che da queste parti continuiamo a far fatica a comprendere, coi suoi scenari in cui lo sguardo si perde all’orizzonte e la mano che tiene troppo spesso stretta una pistola. C’è una via di fuga, una direzione da cercare: “did you love me forever?”, canta Lucinda in Those Three Days, prima di buttarsi in Car Wheels On A Gravel Road, una brano che anche noi siamo in grado di cantare finalmente in coro. E’ la prima esplosione di energia dello show, per ritovarci tutti gettati nuovamente su una strada, ciascuno alle prese coi propri desideri. Di questa canzone, Lucinda davvero non può fare mai a meno, e non solo perché è tratta dal disco che rappresenta forse il suo lavoro più riuscito, anche se oggi - lo spiega di lì a breve - c’è un seguito a quella canzone.