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SPRINGSTEEN/ "Nebraska", il male che attraversa le canzoni, il killer dentro di noi

Charlie Starkweather e Caril Ann Fugate Charlie Starkweather e Caril Ann Fugate

Ma ha qualche problema fisico, un ginocchio varo che gli rende le gambe deformi e problemi di linguaggio: sarà vittima dell'ironia e del bullismo dei suoi compagni di classe. I professori lo giudicano tardo nell'apprendimento, è costretto a cambiare varie scuole, poi si scoprirà che soffre di una forte miopia che condiziona i suoi studi. Crescendo, accumula sempre più rabbia verso chi lo sfotte, verso i superiori, verso le autorità: in una parola, verso il mondo. Racconterà un suo compagno di classe: "Poteva essere la persona più gentile che aveste mai incontrato. Avrebbe fatto qualunque cosa per voi, se gli andavate a genio. Era anche molto divertente la sua compagnia. Tutto sembrava essere una grande barzelletta per lui. Ma aveva quest'altro lato. Poteva essere cattivo, crudele". Il passo a diventare uno dei più feroci killer della storia americana è breve, esattamente come il ragazzo 18enne di Monaco di Baviera, il 19enne che ha sgozzato un sacerdote e tutti gli altri di cui si legge in queste settimane. Dietro a questi gesti, c'è sempre una vita cresciuta storta e problemi mentali mai affrontati o risolti. Arrestato, viene condannato a morte: "Volevano sapere perché ho fatto quello che ho fatto, be' signore, credo che a questo mondo ci sia solo cattiveria".

Il disco Nebraska, dieci canzoni che potrebbero essere altrettanti capitoli mancanti a una raccolta di racconti di Flannery O'Connor, sono la desolante descrizione di un uomo, Springsteen, in un momento di grave depressione mentale, in cui accarezza, come dirà lui stesso anni dopo, anche il suicidio. 

Perdenti, criminali, assassini, genitori assenti si alternano fra di loro con la stessa percezione di male che incatena i personaggi della scrittrice americana. Non c'è redenzione o salvezza per nessuno, non è neanche possibile trovare un ragionevole motivo per cui credere alla fine di una dura giornata. Semplicemente, ci si  trascina da un incubo all'altro. E' un disco che terrorizza, registrato in una spoglia camera da letto, la voce persa nei riverberi e negli echi, le chitarre in secondo piano, la voce monotona e priva di emozioni di chi ha ingoiato dosi di prozac e anti depressivi. 
E' un disco che ascoltato in condizioni particolari ha lo stesso effetto deprimente, ma anche stimolante nel senso che induce a prendere visione del proprio male, ogni ascoltatore, con lo stesso effetto straniante di un altro grande cantautore che anche lui cercava di sopravvivere alla depressione in un album altrettanto terrorizzante come è Songs of love and Hate, Leonard Cohen. Mai prima e mai dopo Springsteen sarà così onesto e così inquietante, tanto da aver eliminato non solo una versione elettrica incisa con la E Street Band che il batterista Max Weinberg nel 2010 disse essere stata registrata e di essere un "killing record", un disco straordinario, lasciandola per sempre nei cassetti, ma anche di averlo quasi del tutto rimosso dai concerti. Chi scrive ricorda tra i momenti più alti dello straordinario concerto di San Siro una versione di Johnny 99 di furia devastante; più volte una versione full band di Atlantic City; una toccante Masion on the Hill full band durante il tour della reunion con la E Street Band nel 1999e soprattutto due versioni di bellezza incontenibile, piene dello stesso orrore che agita il disco originario, di Reason to Believe e Open all Night al concerto solista del 2005 a Milano: "Hey mr. deejay woncha hear my last prayer hey ho rock 'n roll deliver me from nowhere".
Capiamo e giustifichiamo perché Springsteen abbia quasi del tutto rimosso le canzoni di Nebraska: troppo il cumulo di dolore che le sottintende, troppo arduo continuare a cantarle. Troppa la loro malata attualità. Troppa realtà è impossibile da sopportare.


COMMENTI
29/07/2016 - Volonteroso Vites (Giuseppe Crippa)

Come sempre Vites, quando scrive di musica, è un seducente narratore, ma il suo sforzo di dimostrare la tesi del disagio psichico quale base dei recenti atti terroristici è tanto volonteroso quanto vano. Tutto concorre a mostrare che si tratta se non di guerra di religione di scontro di civiltà, per di più eterodiretto dalla nazione che, dopo la caduta dell’Urss, doveva trovare un nemico comune per tener unito l’Occidente sotto la sua guida.