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SPRINGSTEEN/ "Nebraska", il male che attraversa le canzoni, il killer dentro di noi

Pubblicazione:venerdì 29 luglio 2016 - Ultimo aggiornamento:venerdì 29 luglio 2016, 8.59

Charlie Starkweather e Caril Ann Fugate Charlie Starkweather e Caril Ann Fugate

"I can't say that I'm sorry for the things that we done at least for a little while, sir me and her we had us some fun", non posse dire che mi dispiace di quello che abbiamo fatto, almeno per un po', signore, io e lei ci siamo divertiti. 

Una grande canzone è quella che è in grado di superare la collocazione temporale del momento in cui viene scritta e pubblicata. Restare attuale cioè anche se l'argomento è circoscritto a un particolare episodio. Quasi mai l'autore è consapevole che una determinata canzone potrà avere questo risultato, essa nasce come particolare esigenza di un preciso sentimento vissuto dal suo autore che, quando è onesto verso il suo lavoro, diventa solo lo strumento espressivo di qualcosa che si impone per essere comunicato. Nel suo caso Springsteen lo ha descritto perfettamente: "Le mie canzoni conoscono me più di quanto io conosca me stesso". 

Di fronte alla strage continua e apparentemente senza senso che accompagna questo luglio rosso (di sangue) Nebraska di Bruce Springsteen chiede di emergere dagli anfratti del tempo e con autorità si impone come chiave interpretativa di quel qualcosa che è il "male". Come sempre nel caso di un grande disco, esso verrà a bussare nel momento che esso lo ritiene più opportuno. Un ascolto antico, quasi rimosso, nello scaffale delle cose scontate improvvisamente cadrà da quello scaffale per farsi raccogliere d irti, anche più di trent'anni dopo: ascoltami, io sono qui per essere ascoltato.

E' impossibile, leggendo e ascoltando quei versi messi a inizio di questo articolo, non vedere davanti a noi le facce dei ragazzini che stanno insanguinando l'Europa: "Io e lei ce ne andammo a fare un giro, signore, e dieci persone innocenti sono morte (…) ho ucciso ogni cosa che ho incontrato". A questo livello, l'altro, l'alterità e la sua morte sono un fastidio da togliersi di dosso come una zanzara nella calura estiva. Ma procura anche "divertimento" di fronte all'assenza di significato che la vita è diventata. Non si è più nemmeno in grado di distinguere quello che è bene o male: abbiamo ucciso, ma almeno per un po' ci siamo divertiti. Potrebbe dirlo qualunque tagliagole dell'esercito del califfato islamico, là in Siria e in Iraq.

Ai ragazzi di origine algerina o tunisina o afgana, per qualche curioso effetto che oltrepassa la nostra volontà, si sovrappone improvvisamente il volto di Charles Raymond "Charlie" Starkweather, autore, tra il 21 e il 29 gennaio 1958 di dieci omicidi (il 30 novembre 1957 aveva già ucciso un'altra persona) in un caso di furia omicida durato circa due mesi, mentre si spostava in fuga dal natio Nebraska al Wyoming accompagnato dalla fidanzata 14enne Caril Ann Fugate. Tutti gli omicidi avvennero per i più futili motivi: quando ad esempio, per via della macchina bloccata nel fango, due ragazzi offrono loro un passaggio, dopo essere arrivati alla meta, li uccide con un colpo alla testa, Quando porta via di casa la fidanzatina, non uccide solo la madre e il patrigno che cercano di allontanarlo, ma anche la figlia di questi di 2 anni, strangolandola e pugnalandola. Uccide spezzandogli il collo anche il cane. 

Charlie Starkweather non è apparentemente un ragazzo con particolari problemi: è cresciuto in una sana famiglia della classe lavoratrice americana, gente con le palle che ha tirato su oltre a lui altri sei figli. E' anche un bel ragazzo, che prenderà il soprannome di James Dean dei serial killer. 


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COMMENTI
29/07/2016 - Volonteroso Vites (Giuseppe Crippa)

Come sempre Vites, quando scrive di musica, è un seducente narratore, ma il suo sforzo di dimostrare la tesi del disagio psichico quale base dei recenti atti terroristici è tanto volonteroso quanto vano. Tutto concorre a mostrare che si tratta se non di guerra di religione di scontro di civiltà, per di più eterodiretto dalla nazione che, dopo la caduta dell’Urss, doveva trovare un nemico comune per tener unito l’Occidente sotto la sua guida.