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PATTI SMITH/ "M Train": quell'ardente tristezza che si chiama desiderio

La copertina del libro La copertina del libro

Ogni tanto la invitano ad assurde conferenze sulla geografia e le scoperte matematiche, lei ci va così può fare qualche giorno di vacanza a Berlino o in Islanda o in Messico a casa di Frida Kahlo, alla quale si era recata quando aveva vent'anni ma dopo essere giunta da New York l'aveva trovata chiusa per restauri. Si era rifatta con la cosa che le piace di più, bere caffè facendo amicizia con un anziano oste. A volte prende un volo per Londra solo per passare una giornata chiusa nella camera di albergo a guardare telefilm polizieschi. Anche questo è rock'n'roll. "Nessuno sapeva dove ero, nessuno mi stava aspettando". Parte per pellegrinaggi del corpo e dello spirito: “I pellegrini spagnoli viaggiavano di monastero in monastero lungo il Cammino di Santiago collezionando le medagliette da attaccare ai rosari come prova delle tappe. Io ho pile di Polaroid, ognuna a scandire il mio cammino e certe volte le sparpaglio come tarocchi o figurine di baseball di una immaginaria squadra celeste (…) Niente può essere veramente replicato. Non un amore, non un gioiello, non un singolo verso”.

Mentre nel suo silenzio cerca un senso alla morte del marito che è sempre un vuoto incolmabile cerca anche di scrivere (“L’energia della tempesta ha tirato fuori tutti i ricordi di quei giorni, un tetro viaggio autunnale. Riuscivo a sentire Fred più vicino che mai. La sua rabbia e il suo dolore di essere stato strappato alla vita”). Ma non ci riesce. Ha sognato un cowboy in una cittadina deserta che parlava tra sé: “Non è così facile scrivere del nulla”. “E’ molto più facile parlare del nulla” dice lei. Il cowboy la invita ad andarsene perché quello era il suo di sogno, non di lei. Lei rimane interdetta e da quel momento cerca motivazioni per scrivere. In fondo non è difficile. Basta ricordare. "M Train". Il treno della memoria. Ed ecco che accade. Se pensavate che il libro di qualche anno fa, "Just Kids" fosse bello, aspettate di leggere questo. Patti Smith è sempre più brava.

Dal piccolo caffè del Greenwich Village come in una sorta di calvario con le sue stazioni, Patti Smith pensa tra sogno e realtà, traccia parole e disegni sul suo block notes. E' una esiliata in cerca del senso delle cose. Dalla Casa Azul di Frida Kahlo in Messico all’incontro con un esploratore dell’Artico a Berlino dal bungalow diroccato sul mare che compra poco prima dell’uragano Sandy ai sepolcri di Genet, Sylvia Plath, Rimbaud e Mishima, alla Caienna nella Guyana francese quando Fred è ancora vivo e vi si reca solo per raccogliere con lui alcuni sassolini calpestati per decenni dai condannati, da regalare in un fazzoletto al poeta Jean Genet che qui era stato rinchiuso. I suoi sono piccoli gesti di misericordia, come a rimettere insieme il filo smarrito del senso del mondo. Tombe. Ci sono sempre tombe da andare a visitare che anche questo è un gesto di misericordia: “Vogliamo cose che non possiamo avere. Cerchiamo di recuperare un particolare momento, suono, sensazione. Voglio sentire la voce di mia madre. Voglio vedere i miei figli da bambini. Mani piccole, piedi veloci. Tutto cambia. Bambino cresciuto, padre morto, figlia più alta di me che piange per un brutto sogno. Per favore restate per sempre dico alle cose che conosco. Non andatevene. Non crescete”.

I fantasmi del padre e della madre (“Come sempre ho ringraziato i miei genitori per avermi dato la vita”) appaiono sbiaditi ma con quell'amore semplice ancora presente che l'ha educata a cercare sempre la bellezza nel dettaglio e nel grande respiro dell'universo. Il racconto di una donna che invecchia con nostalgia e paura? No: "Non rinunciare mai a quell'ardente tristezza che si chiama desiderio", piuttosto.