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BRUCE SPRINGSTEEN/ Il concerto di San Siro, 3 luglio: la notte in cui i sogni diventano realtà

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E poco importa se questo non sarà proprio il River Tour - come si sospetta scorrendo la scaletta dei concerti precedenti - ma una kermesse costruita su grandi classici di repertorio. La questione in gioco è se il desiderio scritto dentro quelle canzoni sia ancora in grado di nascere intatto dalla voce di Bruce e dalle note degli strumenti di quella compagine di vecchi amici che porta il nome di E Street Band. Ma quella domanda, che attraversa migliaia di cuori, sembra trovare già una risposta negli occhi di Springsteen, pochi istanti dopo la sua comparsa sul palco. Guarda gli spalti davanti a sé, vede la coreografia composta dagli spettatori, con quella scritta: “dreams are alive tonite”, i sogni sono vivi, sono ancora tutti interi. E percorre le lettere con un dito, ad una ad una, il volto, quasi timido, sorpreso, un sorriso che si allarga e che poi grida: “ciao Milano! Andiamo!”.

Parte così un concerto, che si rivelerà, strada facendo, difficile da dimenticare. Land Of Hope And Dreams è la prima canzone, quella che ti aspetteresti alla fine e che invece è già una dichiarazione d’intenti, e racconta di un luogo dove abbiamo deciso tutti di abitare. Poi è subito The River, con The Ties That Bind e Sherry Darling. Ritmi serrati, il sole ancora sopra l’orizzonte, Springsteen che comincia a percorrere su e giù il palco, a stringere mani ed incontrare le persone. “Can You Feel The Spirit?”, urla ripetutamente, ma non c’è bisogno di sentirselo chiedere. Si butta in Spirit In The Night: “siamo spiriti nella notte, per tutta la notte / Alzati e lascia che tutto ti invada”.  My Love Will Not Let You Down, è una breve incursione nelle outtakes di Born In The USA, poi ci si getta di nuovo nelle canzoni tratte da The River. Saranno quattordici, quelle suonate stasera, su venti brani in tutto del disco, a dimostrazione che questo è davvero, ancora, il River Tour. Jackson Cage, sentita raramente, è splendida, seguita, subito dopo da Two Hearts. Springsteen e Van Zandt si avvicinano al microfono, duettano come hanno sempre fatto in quella canzone. La voce di Bruce, inattaccata dal tempo, insieme a quella sempre ruvida di Little Steven, per cantare del bisogno che hanno gli uomini di camminare insieme: “you’ll find once again / scoprirai ancora una volta / two hearts are better than one / che due cuori sono meglio di uno”.

Il sole tramonta all’orizzonte, le luci sul palco si abbassano. Independence Day è la canzone da cantare proprio oggi, vigilia del 4 luglio. E’ il primo dei tanti momenti intensi dello show, un brano che narra del distacco di un figlio dal padre, di rimorsi e attese, dell’american dream dissolto in fondo all’orizzonte di una strada. Si comincia a capire, forse, dove batte il cuore di Springsteen, in canzoni più intime e raccolte, che scavano dentro l’esistenza in modo sempre più profondo e sincero. Ma c’è bisogno anche di riprendere ritmo e vigore e Hungry Heart, che segue Independence Day, è il giusto scossone per almeno sessantamila cuori che sono giunti affamati dentro uno stadio.  Passare attraverso Out In The Street e Crush On You è un attimo, ancora due canzoni di The River rese bene. Poi è il momento per raccogliere la prima richiesta dal pubblico, ed è un’incredibile Lucille, brano di Little Richard, da mettere di fianco a You Can Look (But You Better Not Touch), per ballare e cantare tutti insieme e dire che sì, è proprio così, il rock’n’roll non può morire, mai.

Death To My Hometown, tratta da Wrecking Ball, precede il secondo momento alto dello show, forse il vertice assoluto. Le luci si abbassano di nuovo, le prime note fanno accendere le luci dei cellulari, che finalmente servono solo da accendini e non da strumenti che distolgono da quel che accade. Springsteen chiude gli occhi e canta The River e forse le luci, tutto quel pubblico, li vede solo dentro di sé, tra le righe dei versi di una canzone che non può smettere di commuovere le anime sincere. Ci sono ancora sogni e speranze che s’infrangono, di fronte ad una realtà spietata - “is a dream a lie if it don’t come true / un sogno è una bugia se non si avvera” – e allora gli occhi rimangono chiusi, a cantare Point Black, intensa come forse non l’avevi mai sentita, che racconta con drammaticità di vite e destini andati storti.