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BRUCE SPRINGSTEEN/ Il concerto di San Siro, 3 luglio: la notte in cui i sogni diventano realtà

Come era facile immaginare, Bruce Springsteen per la prima di due serate allo Stadio San Siro di Milano non ha deluso le aspettative dei suoi tanti fan. Ce ne parla FAUSTO LEALI

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Stoccolma, 1981, The River Tour.  C’è un disco nuovo, uscito da qualche mese, le cui canzoni hanno bisogno di essere gettate sul palco perché si sentano vive. Un doppio vinile, che ha già scalato le classifiche mondiali ed è andato a fare compagnia sullo scaffale a capolavori come Blonde On Blonde di Dylan ed Exile On Main Street dei Rolling Stones. Il disco di uno Springsteen che si sta affacciando all’età adulta e vede sbriciolarsi a poco a poco i sogni e le illusioni della sua generazione. Quel disco urla dolore e paura, ha a che fare con un insostenibile senso di perdita e smarrimento. E quella sera, come già in altre occasioni, Bruce prova a spiegare ad una folla di giovani europei, la grande menzogna della sua nazione: “In America c’è una promessa che viene sempre fatta, dalle nostre parti la chiamano American Dream, il Sogno Americano: è il diritto a vivere la vita con decoro e dignità. Ma laggiù, e in altre parti del mondo, quel sogno è riservato a pochi. Abbiamo la sensazione che per raggiungere quel diritto sia necessario essere nati nel posto giusto o pensarla tutti allo stesso modo, capite?”.

Milano, stadio San Siro, 3 luglio 2016. Trentacinque anni dopo, vigilia della festa dell’indipendenza americana, ed è di nuovo River Tour, iniziato negli States e sbarcato un’altra volta anche in Europa. Il nuovo album da promuovere è The Ties That Bind, che poi è ancora quel vecchio disco, ma arricchito delle outtakes provenienti dalle sessions di registrazione ai Power Station, gli studi sulla 53ema ovest di New York dove Springsteen e la E Street band avevano inciso ben novanta pezzi. Quel senso di perdita, ormai, è stato raccontato in mille modi e le risposte soffiano nel vento da parecchi anni. E forse anche l’ultrasessantenne Bruce potrebbe avere poco da dire, con mille canzoni alle spalle e uno spettacolo di rock’n’roll che rischia di aver perso molto della sua originalità. Eppure, chi s’incammina verso lo stadio, questa sera, ha bisogno ancora di qualcuno che forse non avrà risposte, ma sarà in grado di formulare di nuovo le domande giuste, alla ricerca di quella reason to believe, che rimane inesorabilmente all’origine di ogni viaggio. Sono giovani e vecchi, padri e figli che vanno al concerto insieme – perché quella che cammina, anche per il Boss, non è più solo la my generation degli anni andati – e che hanno negli occhi l’incertezza del presente, minato dalla paura e dai nazionalismi senza cuore, dal dolore dei morti e dei feriti dell’ennesimo ignobile e crudele attentato. Sono adulti e ragazzi che hanno voglia di gettare il loro dramma in un pugno di nuove e vecchie canzoni. Quelle che, ancora una volta, narreranno di strade ed automobili, di amori perduti, di desideri e felicità disattese, di vite sospese in precari equilibri, ma anche di nuove ed insperate risalite. E poi, certamente, persone che vogliono anche vivere un festoso, irrefrenabile momento di rock’n’roll. Quel rock’n’roll che “deve parlare delle durezze della vita” – come aveva detto Springsteen – ma che “rappresenta sempre la felicità, un tipo di gioia che è l’elemento più bello dell’esistenza”.

C’è tutto questo e ancor di più in questa folla che riempie lo stadio in una sera d’inizio estate. Ancora una volta, come quella prima, indimenticabile notte del 1985 e come tutte quelle che sono giunte dopo, aspettando sempre l’alba di un nuovo giorno di sole.