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NICK CAVE/ "Skeleton Tree": nell'era delle Kardashian e dei selfie, "Jesus alone"

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E la musica, va detto subito, è quella che lascia talvolta perplessi, anche dopo un ascolto approfondito. Scarna, essenziale, dominata forse troppo dal suono dei sintetizzatori, anche se pur sempre affascinante, poiché passata attraverso le atmosfere cupe e notturne abitate da quell’alter ego di Nick che porta il nome di Warren Ellis. Il limite sembra stare tutto nello scarso supporto dei Bad Seeds, che qui appaiono poco più che comprimari di passaggio, per di più orfani di Mick Harvey, che ha lasciato la band nell’ormai lontano 1999, come a dire che talora l’assenza diventa più forte della presenza. 

Solo il pianoforte di Cave e i guizzi della sua voce – quando abbandona la modalità da spoken word – revitalizzano le tracce, donando qua e là quel pathos e quella melodia di cui abbiamo sempre un sincero bisogno. Succede in Girl In Amber, accade soprattutto nelle tre canzoni finali, dalla splendida I Need You fino aSkeleton Tree, passando per quella gemma che è Distant Sky

Ma mentre la musica si fa strada, accade che le liriche affiorino rapidamente e prepotentemente innanzi, crude, aggressive e viscerali come succede da sempre, fin da quei primi tempi in cui Nick cominciò a comporre, un’epoca in cui la sua corsa sembrava una veloce ed inesorabile discesa verso l’inferno. E quelle liriche comunicano stati d’animo, pongono interrogativi, provocano la nostra stessa mente. 

La composizione di questo disco è narrata in un film – One More Time With Feeling, per la regia di Andrew Dominik - che, alla fine di settembre, sarà proiettato anche nelle sale cinematografiche italiane. La pianista e cantautrice americana Amanda Palmer ne ha raccontato in maniera estremamente suggestiva i contenuti, aiutandoci ad entrare in un universo a prima vista difficile da comprendere. “Ricordo di aver pensato – scrive Amanda - Lui è Nick Cave. Il messaggero della tragedia. Come affronterà il dolore? Cosa scriverà?”. “Ora ho la risposta – ha aggiunto - era nel mezzo di un album che era già misteriosamente connesso ai temi di morte e cadute - quando sei Nick Cave è più facile che ciò accada - ed è semplicemente andato avanti. Ha continuato a scrivere. Ha scritto attraverso i postumi. Si è messo al centro del palco, al piano, sotto le luci, ha raccolto i Bad Seeds attorno a lui, ed ha dato vita ad un album la cui tristezza toglie il fiato, improvvisato, brani diretti, ispirati dal suo dolore. E mentre stavo seduta lì al buio, ammirata per la sua abilità nel fare ciò, sembrava avesse aperto qualche archivio zen sul come fare arte, perché di questi tempi - l'era delle Kardashian e dei Selfie senza fine - la scelta di documentare questo processo appare ancora come un atto totalmente altruista”. 

Ecco. Agli occhi del sottoscritto, questa appare la fase di passaggio da quel secondo, oppure primo vero livello di lettura, ad un terzo ancora più profondo. Quello che accoglie ciò che l’artista racconta di sé perché quel racconto possa trasformarsi in ciò che interpella la mia stessa esistenza, le incertezze e i miei bisogni più sinceri, in una parola, il desiderio di verità.