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RYAN ADAMS/ "Prisoner": un piede nella tradizione, l'altro nella contemporaneità

Pubblicazione:venerdì 17 febbraio 2017

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La prima cosa che sarebbe da dire sul nuovo disco di Ryan Adams è che ormai parlare di data di uscita di un album non ha più nessun senso. Non si capisce ancora (o per lo meno non lo capisco io) quale sia il meccanismo che regola i leak che affiorano sulla rete ma sta di fatto che “Prisoner”, che sarebbe dovuto uscire nei negozi e nelle piattaforme digitali il 17 febbraio, di fatto giri sul mio stereo già da prima di Natale. 

Difficile, francamente, che la cosa sia avvenuta senza la complicità dello stesso artista, che probabilmente, arrivato a questo punto della sua carriera, ritiene più importante far arrivare la sua musica il più lontano possibile, piuttosto che vendere qualche copia in più. 

Se penso a quanto sudarono freddo gli U2 quando smarrirono a Nizza una copia cd contenente la versione definitiva di “How To Dismantle An Atomic Bomb”, che sarebbe uscito di lì a un paio di mesi, viene proprio da sorridere pensando a quanto il mondo sia ormai cambiato. 

La seconda cosa è che Ryan Adams è uno di quelli che, ad inizio del nuovo secolo, ha ridefinito in pieno (o forse sarebbe meglio dire che le ha ribadite) le coordinate del rock moderno. È un autore che si è affacciato su un mercato musicale saturo di proposte e in crisi economica pesante, con dischi che pur proponendo una ricetta usata e abusata, mostravano una freschezza e un talento compositivo dirompente. 

Sul palco poi, soprattutto con i Cardinals, non si è mai vergognato di mettere in piedi uno spettacolo energico e rigorosamente elettrico come ai vecchi tempi, a volte giocando coi cliché (gli occhiali da sole, le giacche jeans, i soli di chitarra appariscenti e rumorosi) ma sempre con l’attenzione al divertimento e alla forma canzone. 

Il risultato è che oggi lo considerano tutti un artista “contemporaneo”, anche se le sue radici sono innegabilmente ben piantate nella tradizione (e non manca neppure un po' di sana follia, vedi la toppa con il logo della band Black Metal degli Emperor, ben in vista nel retro copertina di uno dei suoi dischi più recenti). 

La terza cosa, è che anche lui è arrivato ad incidere un album a partire da uno strappo affettivo. Il divorzio con la moglie Mandi Moore, avvenuto nel corso dello scorso anno, è stato, per sua stessa ammissione (anche se a leggere i testi lo avrebbero capito tutti comunque) l’avvenimento che ha messo in moto la sua nuova onda creativa. 

La migliore arte si annida nel dolore e nella sofferenza, dicono, e certi grandi dischi stanno lì a dimostrarlo: senza scomodare “Blood on the Tracks” di Dylan (che rimane a tutt'oggi il miglior esempio del genere), anche i recenti lavori di Josh Ritter e Tallest Man on Earth guardano in quella direzione e hanno saputo riversare la sofferenza della perdita e del distacco per creare bellezza. È un paradosso ma ha a che fare con la sacralità della creazione, in qualche modo. 

Negli ultimi anni Ryan Adams, a detta almeno di chi lo segue da sempre, si è un po' seduto sugli allori. Chi scrive ha apprezzato tantissimo l’esperimento straniante di registrare l’intero “1989” di Taylor Swift. Ne era uscito un album altamente ispirato, fresco e in tutto e per tutto nello stile del musicista del North Carolina. Un disco in parte agrodolce, dove già potevano intravedersi inquietanti presagi di quel che poi sarebbe avvenuto con la moglie. 

A dirla tutta, però, un disco come “Ryan Adams”, uscito nel 2014, era piacevole ma nulla più. Qualche brano più ispirato degli altri, ma nulla forse di veramente memorabile, con la forte sensazione che il meglio, dal punto di vista compositivo, fosse già stato scritto una decina di anni prima. 


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