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Musica e concerti

CHIARA RAGNINI/ "La differenza": tra pop d'autore e modernità

La Differenza”, bel disco di pop fatto a regola d’arte ma senza malizie.  Chiara Ragnini fa ricorso al sostegno dei fan, ma la classe non ne perde. La recensione di ALESSANDRO BERNI

Chiara RagniniChiara Ragnini

Sei anni dall’esordio discografico della genovese Chiara Ragnini all’agognato traguardo dell’atto secondo.  Allora c’era la dosata affabilità di una cantautrice che metteva in scena ne “Il Giardino di Rose” il passaggio alla giovinezza adulta attraverso l’immagine ricorrente del viaggio (la scelta di vita del trasferimento ad Imperia).  E che giocava con un bel vocabolario di melodie folk dirette e forti di un’aura evocativa che trovava il suo apice nella title track.  

Da allora passa molto tempo, ma la Ragnini mostra tenacia e humour, rincuora fan e se stessa, posta aggiornamenti contrassegnati dal potere aggregativo dell’hashtag.  Fa uso di un semplice e speranzoso “bellecoseinarrivo” sin da quando l’obiettivo è lontano, una di quelle trovate efficaci e virali per i fedelissimi.  E dopo lunghe e meditate riflessioni raccoglie i consensi dei seguaci con il finanziamento del disco tramite crowfunding.  Sarà il vero amore ai tempi della crisi? 

Sta di fatto che proprio questo rinnovato senso dell’avventura pone le basi di un aperto confronto con il mainstream sul terreno minato di quest’ultimo.  Il risultato è “La Differenza”, bel disco di pop fatto a regola d’arte ma senza malizie.  Puntelli elettronici, loop, ingegneria sonora per bambinoni cresciuti nel post anni zero, diventano nelle sue mani elemento di sfida per un’espressione matura e non convenzionale, per una scrittura che offre spunti e sottigliezze tra le righe. 

Persino nell’approccio alle tematiche.  La violenza sulle donne fa capolino nel singolo Un colpo di pistola, con la verve provocatoria di una canzone che suona paradossalmente come un divertissement sul gioco delle parti.  Ritornello come uno schiaffo, cantato e riff vocale efficacissimi che ricordano la fresca energia dei singalong anni '60.  E poi c’è la sindrome della dipendenza fatale declinata a colpi di soul intimista ne Il vortice bianco.  L’elettronica si fa tenue e fluida, emulazioni di Rhodes e delicate armonie vocali sdoppiate vanno a modellare uno dei due episodi più ispirati del disco.  L’altro è una Grigiocielo che funge da estesa riflessione centrale sull’incomunicabilità.  Il modernismo si fa più raccolto e funzionale, gli spunti melodici si definiscono tra fasi forti e sospensioni, l’originalità del timbro della Ragnini - tra momenti squarciati e soffusi - colpisce per risolutezza ed espressività.  E’ l’altra faccia – quella tecnologica e contemporanea – di quel tratto d’artista riconoscibile nella ballata de Il giardino di rose.  Non c’è il Claudio Cinquegrana delle magie acustiche ma c’è ancora il basso di Max Matis a far buona guardia in fase ritmica e la direzione sonora mirata, per nulla banale, del beatmaker Roggy Luciano.      
Come evidente nei brani più leggeri e gradevoli che tradiscono l’affetto per la Giorgia dei ballabili techno.  Il loop frenetico di Un angolo buio, il canto preciso e rilassato di In ogni angolo de mondo, una ritmica agile e sprazzi di acustica a stemperare il dominio elettronico.
E ancora fasi di relax più o meno marcato.  Quello rassegnato e livido di Oggi ho perso.  Quello di una Sospesa che unisce arpeggio acustico e techno d'atmosfera.  E quello arioso di una Domattina che conquista con un buon incipit, belle emulazioni analogiche e refrain vocale a slogan.  In tutto questo La differenza assomma spirito, significati – musicali e lirici del disco – con un synth che detta in continuazione e un costrutto melodico che richiama le risoluzioni del pop di ultima e penultima generazione.
Nella piccola vittoriosa sfida portata da questo disco, Coda rappresenta la punta dell'iceberg.  A un disimpegno rap consono ai tempi, si contrappongono note calde di piano e gustosa evoluzione di un canto che attinge alla buona tradizione melodica per riconsegnarcela in un abito sensuale e moderno.  Una salutare differenza di nome, di fatto e, perché no, dell’anima. 

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