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WARPAINT/ Le quattro ragazze americane escono vincenti dal Carroponte

Poco pubblico non significa poca qualità artistica, anzi semmai è vero il contrario. Lo hanno dimostrato in concerto al Carroponte di Milano le Warpaint. LUCA FRANCESCHINI

Warpaint Warpaint

Le Warpaint in Italia ci sono sempre venute ma di pubblico non ne hanno mai raccolto tantissimo, cosa direi piuttosto normale in un paese come il nostro. A marzo, dopo aver verificato che la leg europea del loro nuovo tour non avrebbe però fatto tappa da noi, mi ero attrezzato per andarle a vedere a Zurigo, che era il posto più vicino che avrebbero toccato. 

Per fortuna poi DNA Concerti, sempre molto attenta al valore della proposta, è riuscita a portarcele al Carroponte di Sesto San Giovanni, che era proprio dove si erano esibite tre anni fa, nel loro ultimo passaggio da noi. 

Peccato solo che, ancora una volta, il pubblico non abbia risposto come avrebbe dovuto. Ci saranno non più di trecento persone (e forse è anche un numero ottimistico, ma sono andato ad occhio) quando arrivo sul posto, a pochi minuti dall’inizio. Un’ulteriore prova della scarsa curiosità e attenzione che gli italiani hanno quando si tratta di gruppi non “famosi”, come spesso si sente dire. Come se il numero di dischi venduti o la capacità o meno di riempire gli stadi, siano l’unico metro per giudicare dell’effettivo valore di un act. 

E le Warpaint, di valore ne hanno da vendere; con tre album e un Ep all’attivo, sono ormai una realtà consolidata del rock contemporaneo 

Figlie anche loro di quella sorta di revival Wave e Post Punk che ha pesantemente condizionato gli anni Zero (Interpol ed Editors sono altri due nomi di punta di questa corrente), le quattro ragazze americane hanno comunque da subito dimostrato una enorme capacità di plasmare in tempo reale il loro sound con influenze differenti e non sono quindi mai rimaste ferme ai blocchi di partenza. Se “Exquisite Corpse”, il loro esordio discografico, poteva essere accusato di un’eccessiva tendenza derivativa, in parte continuata anche nel successivo full length “The Fool”, da lì in avanti la proposta è decisamente variata, fino ad arrivare a “Heads Up”, per chi scrive uno dei più bei dischi usciti nel 2016: un lavoro che riesce ad essere insieme scuro e luminoso, malinconico e allegro, un fremito Pop inserito su una struttura Wave, con il singolo “New Song” vera sorpresa dell’anno appena trascorso, per come sono riuscite a creare un vero e proprio inno, loro che non hanno mai scritto nulla di veramente lineare. 

Sono le 22.15 e il cielo, questa volta, è per fortuna sgombro di nuvole, quando Emily Kokal, (chitarra e voce), Theresa Wayman (chitarra e voce), Jenny Lee Lindberg (basso) e Stella Mozgawa (batteria), fanno il loro ingresso on stage. E per l’occasione, sembra che anche le zanzare abbiano deciso di concederci una tregua.

Si parte proprio la title track dell’ultimo lavoro, un brano che in precedenza figurava al secondo posto nel set ma che risulta comunque molto adatto per iniziare, in quanto contiene un po' tutte le caratteristiche del loro sound, con quel suo incedere in crescendo che è l’ideale per dare inizio alle danze. 

Ora, si potrebbe perdere tempo a raccontare che questa è una band femminile, perdersi in parole inutili sulla favola di quattro ragazze che si fanno strada all’interno di un modo tipicamente maschile e altre banalità di questo genere (purtroppo di cose così ne ho pure lette in giro). 

La verità è un’altra: le Warpaint sono senza dubbio belle ragazze e sarebbe ipocrita dire che vederle in azione sul palco non sia una gioia per gli occhi; si tratta però soprattutto di musiciste preparatissime, che sanno scrivere canzoni, che hanno raggiunto un affiatamento strabiliante e hanno un’idea della performance come un insieme che va curato nei minimi dettagli. 

Poi è chiaro: non si può escludere la femminilità dalla loro musica. Le loro composizioni hanno un intrinseco carattere sensuale che dal vivo viene ulteriormente evidenziato; eppure, nella sostanza, è gente che suona benissimo e che proprio per questo, chiunque ami la musica, non può non lasciarsene catturare. 

Quel che colpisce di loro è proprio questo: sono quattro individualità distinte, tecnicamente preparatissime, con un gusto e una sensibilità notevoli; quando suonano insieme però, è difficile scindere le varie componenti e l’unità che ne scaturisce è davvero strabiliante. 

Lo si vede soprattutto a livello di impasto vocale (Emily e Theresa spesso cantano insieme, in qualche punto si aggiunge anche Jenny Lee), che risulta decisamente migliorato rispetto a qualche anno fa, quando il rischio stonatura era piuttosto elevato. 

Impressionante è la sezione ritmica: Stella ha un modo di suonare molto fantasioso, poco lineare e Jenny Lee riempie gli spazi magnificamente, creando l’ideale pattern sonoro su cui poi si intersecano le due chitarre, che non fanno mai cose troppo difficili ma che sanno in poche note evocare suggestivi paesaggi sonori. 

Il risultato è semplice: indipendentemente da quello che stanno suonando, è uno spettacolo, ed è talmente tanta la bellezza che ci troviamo a vedere ed ad ascoltare che a tratti si ha l’impressione che non si riuscirà a reggere oltre. Oltretutto, colpisce che sul palco siano allo stesso tempo attentissime ma rilassate, studiate e spontanee, dando in ogni momento l’impressione di amare tantissimo le loro canzoni e di goderne ogni singola nota. 

La scaletta? Un po' più corta di quella di Zurigo ma piuttosto simile, al netto di qualche piccola variante. Una selezione di tutti e quattro i loro lavori, senza privilegiarne nessuno in particolare. Si è passati dalle atmosfere cupe e fumose di “Krimson” e “Elephants”, al romanticismo ipnotico di “Undertow” e “CC”, fino agli episodi più diretti e vicini al Pop di “Whiteout” e “So Good”, che sono forse quelle che incarnano meglio il nuovo percorso che hanno intrapreso. 

Nel finale, dopo un’inattesa esecuzione di “Stars”, primo brano del primo Ep, arriva il momento di ballare: la celebre accoppiata Intro/Keep It Healthy, che apriva alle atmosfere più “ariose” (si fa per dire) del secondo album, è preludio a “New Song”, che fa muovere a sufficienza i presenti prima che il classico “Disco//Very” mandi tutti a casa dopo 75 minuti che sono sembrati un battito di ciglia. Non ci sono stati bis e questo è un po' spiaciuto ma d’altronde, quando hai di fronte gente così non te ne vorresti mai andare; forse, a voler essere sinceri, non saremmo stati soddisfatti in nessun caso. 

È stato un concerto bellissimo, uno dei più belli di questo 2017, che pure di roba di livello ne ha vista davvero tanta. Ad agosto le Warpaint torneranno negli Stati Uniti, dove avranno il grande onore di aprire per i Depeche Mode, riconoscimento meritato di una carriera per ora al limite della perfezione. 

L’augurio è, ovviamente, che ritornino presto dalle nostre parti e che, questa volta, potremo essere un po' di più a vederle… 

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