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Musica e concerti

OPERA/ Un Flauto davvero magico

La stagione autunnale del Teatro dell’Opera di Roma è iniziata il 9 ottobre con un’edizione speciale de Il Flauto Magico in prima italiana. GIUSEPPE PENNISI

Foto Yasuko KageyamaFoto Yasuko Kageyama

La stagione autunnale del Teatro dell’Opera di Roma è iniziata il 9 ottobre con un’edizione speciale de Il Flauto Magico in prima italiana. E’ nata alla Komische Oper di Berlino nel Novembre 2012; ha avuto un grande successo ed ha girato il mondo; è stata vista ed ascoltata a Los Angeles, Madrid, Helsinki, Parigi, Beijing, Tokyo e sta per debuttare a Sydney ed a Wellington in Nuova Zelanda.

Il Flauto Magico  è una delle opere più ambigue nel mozartiano oceano di ambiguità. Composta quasi simultaneamente a La Clemenza di Tito, “opera seria” di stampo addirittura metastasiano, Il Flauto è una commedia in musica allegorica, la cui paternità del libretto - per decenni attribuito all’impresario Shikanader - è rimessa da qualche tempo in discussione (si veda Edward Denn “Il teatro di Mozart”, Rusconi, 1981 pp. 328-340). Da un lato, è una commedia piena di lazzi e frizzi e volta a meravigliare anche per l’apparato scenico e i frequenti cambiamenti di ambiente che comporta. Dall’altro, è forse uno dei lavori di Mozart più denso di riferimenti e di messaggi massonici (si veda Lidia Bramani “Mozart massone e rivoluzionario”, Mondadori, 2005 pp. 243-298).

Venne rappresentata in un teatro, il Theater auf der Wieden, “fuori porta” dedicato alla musica leggera ed ebbe un enorme successo di pubblico, ma non di critica, in quanto considerata una farsa (John Osborne “Tutte le opere di Mozart”, Sansoni 1982). A complicare le cose, prima di morire, Mozart scrisse sul manoscritto il sottotitolo “deutsche Oper”, quasi che con il lavoro volesse dar vita a nuovo genere: “l’opera tedesca”.

Lo scorso agosto abbiamo recensito la produzione, presentata al Festival di Salisburgo  La regia è della giovane americana Lydia Steiner, la drammaturgia di Kulna Karr, le scene di Katharina Schlipf, i costumi di Ursula Kundra, le luci di Olaf Freese, i video di fettFil; in buca i Weiner Philharmoniker diretti da Constantinos Carydis. In tale produzione, l’ambiguità veniva risolta trasportando la vicenda negli appena precedenti la prima guerra mondiale con un nonno che legge un libro di favole ai tre nipotini (che diventano i tre ‘genietti ’ dell’opera). Ma si tratta di una  “deutsche Oper’. Quindi una regia ed una drammaturgia tedesca possono fare di meglio di una regista americana.

Ed in effetti, è quello che hanno fatto i due registi (Suzanne Andrade e Barrie Koskie) con l’ausilio di un vasto team creativo: per il progetto generale e le animazioni ed , i due registi e Paul Barrit,  per le scene ed i costumi Esther Bialas, per la drammaturgia, Ulrich Lenz, per le immagini scolpite, David Cavelius e per le luci Diego Leetz). L’idea di base è di presentare Il Flauto Magico  come una favola per bambini come già fece il grande illustratore di libri per i più giovani, Maurice Sendak, in una produzione nata alla Houston Grand Opera nel 1980 e che vidi a Washington nel 1981, ma con approccio interamente tedesco. Si collega al film di animazione ed al film muto degli Anni Venti del secolo scorso, da Lulu di Pabst a Nosferatu di Murnau. Le parti parlate vengono sostituite da didascalie di film muto con accompagnamento in buca al piano utilizzando brani mozartiani. Ci si libera di tutti i riferimenti massonici contingenti alla fine del Settecento. E si ha uno spettacolo affascinante e molto ‘deutsche’.

Ma l’opera lirica è soprattutto musica. Chiaramente viaggiando da Berlino a Wellington in Nuova Zelanda, concertazione, orchestra e coro cambiano. A Roma concerta Henrik Nánàsi , direttore musicale della Komische, e l’orchestra –ormai una delle migliori non solo in Italia ma di buona parte dell’Europa continentale, lo asseconda molto bene. A differenza di Gianluigi Gelmetti (che lo concertato nella capitale nel 2001 e nel 2004) e di Erik Nielsen (2012) si avverte sin dalla sinfonia che il braccio largo di Nánàsi dilata i tempi sin dalla sinfonia. Ciò per due motivi: sincronizzare suono ed immagini e ricollegarsi ad una tradizione molto nobile- ho ritrovato tra i miei dischi un’incisione di esecuzione nel 1991 di Sir Charles Mackerras con la Scottish Chamber Orchestra al Festival di Edimburgo. Con i tempi dilatati la fiaba si fa più dolce. E più lunga: senza i dialoghi e qualche tagliuzzo (ad esempio, l’incontro di Papageno con una vecchia che si trasforma in Papagena) lo spettacolo dura tre ore, compresa mezz’ora d’intervallo. Come sempre di alto livello il coro diretto da Roberto Gabbiani 

Nel numeroso cast, per le parti secondarie sono stati scelti elementi di ‘Fabbrica’, il progetto di formazione del Teatro dell’Opera; hanno dato un’ottima prova. Tra i protagonisti, eccellono Juan Francisco Gatell, che è spesso ospite del Teatro dell’Opera (dove ha già incarnato, tra l’altro, il ruolo di Tamino) e Armanda Forsythe. A quaranta anni, età in cui la voce dei tenori si brunisce, Gatell mantiene la trasparenza e chiarezza di tenore lirico leggero di agilità , il legato e la purezza di emissione che mi colpirono quando lo ascoltai la prima volta nel 2005 al Maggio Musicale Fiorentino. Avevo già ascoltato la Forsythe nel Fidelio (Marzelline); di ottima scuola americana e perfetta nella dizione in tedesco, ha incantato tutti nella grande aria Sie mag den Wer mit Rosen streum. La Regina della Notte è Christina Poulitsi, stella della Royal Opera House di Londra: ha cantato il ruolo oltre duecento volte e forse le è diventato un po’ routine. Giacomo Buratto è un solido Sarastro. Alessio Arduini un buon Papageno.

Molti sentiti applausi.

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