BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Musica e concerti

Cats Out Of The Bag/ "Hairpin Curve": il ritorno di Eric Wood

Si nasconde dietro il nome (curioso) di un gruppo, ma è una vecchia conoscenza del songwriting che avevamo amato anni fa e che dopo lungo silenzio è tornato. MAURO EUFROSINI

Eric Wood (in mezzo), foto di Karin A. WolfEric Wood (in mezzo), foto di Karin A. Wolf

Bastano le prime note della canzone d’apertura per ritrovare, dietro al moniker Cats Out Of The Bag, una vecchia conoscenza della canzone d’autore americana, un songwriter che, nel breve volgere di tre soli album, ha attraversato gli anni a cavallo del cambio di secolo, lasciando poi il rimpianto per un silenzio decisamente prematuro. 

Sì, Hairpin Curve è il ritorno di Eric Wood, il cui tardivo debutto, Letters From The Earth, rimane, ad oltre vent’anni, uno dei migliori lavori di un fare autorale avventuroso e immaginifico, una danza nell’oscurità tra i confini, mai così fragili, di un blues urbano tinto di jazz, liberato negli echi, zingareschi, di ricordi balcanici e sudamericani. Un debutto che il caos del divenire delle cose del mondo ha voluto far coincidere, era il 1997, con l’inizio del culto di Jeff Buckley, assieme al padre Tim tra i pochi riferimenti, sonori e letterari, di Eric Wood, sognatore anch’egli di mondi fantastici. 

E proprio come 21 anni fa, Eric Wood apre il suo nuovo comeback dalle foreste dei monti Catskills, con quella Endless Highway che dettava con straordinaria profondità e autorevolezza i temi del suo debutto. Ora l’incedere è sommesso, i ritmi spezzati, un violino gitano che ronza impaziente, una chitarra elettrica minimale sullo sfondo. La canzone viene spogliata dalla suadente eloquenza strumentale che la caratterizzava 21 anni fa, per lasciare alla voce dell’autore, come allora confidente e modulata sopra e sotto i confini melodici, tutti i timbri espressivi, tutto lo spazio, tutti i pieni e i vuoti di una linea melodica da incantatore d’anime. 

Una audace curva a gomito, questa potrebbe essere la traduzione del titolo dell’album, che riporta Wood all’anima della canzone e al centro della propria poetica, operazione che prosegue poi lungo le nove tracce successive, tutte affidate allo stesso combo ristretto di musicisti. I compagni di sempre T Xiques, batteria e basso fretless, e Mark Dziuba, chitarra, ai quali si aggiunge, per la prima volta, il violino di Megan Gould, mentre la produzione è ancora nelle mani di Mark Dann,  anch’egli da sempre al fianco di Wood.

Dall’album di debutto Wood recupera anche Forgotten Blues e Voodoo Wind, quest’ultima riarrangiata sui fraseggi acustici di chitarre e violino, protagonista, quest’ultimo, di una delicata linea solista. A questi due brani, e all’apertura, Eric Wood sembra affidare il compito di recuperare idealmente uno iato quasi infinito, i diciassette anni che separano Hairpin Curve dal suo predecessore, Don’t Just Dance. 

Ma in realtà, a riannodare le fila di un rapporto così bruscamente interrotto, è proprio lo stesso Eric Wood, la sua voce, oggi come allora il vero strumento delle sue fascinazioni in forma di canzone, così come la sua scrittura, obliqua e imprevedibile nella ricerca di linee melodiche, costantemente attratta dai tempi dispari del jazz. 

E poi ci sono le storie. La canzone dalla quale ha preso il nome la band, introdotta dal violino, incalzante nell’invito accorato a prendere a calci i predatori plutocrati che hanno ridotto alla disperazione le persone per bene, la corsa folle e palpitante di Drivin’ Blind pacificata nel respiro liberatorio del chorus, la dolcezza inquieta della title track e della traccia finale, Call Of The Wild, love song arrendevoli offerte nella fragilità di un canto indifeso, l’implacabile lucidità di una impossibile difesa del sogno americano ai tempi di Reagan, in Reagan’s Laments, che nel parlare al passato offre la chiave per leggere il presente. 

Uno sguardo disincantato e compassionevole che abbraccia i più deboli, sommesse ipotesi di possibili riscatti nell’affermazione di una libertà insopprimibile, ancorché minacciata. Il mondo che Eric Wood continua a cantare, sin da quando ha cominciato a farlo con le sue Lettere dalla Terra, è “un mondo favoloso, dove la verità è diventata dissenso, dove quelli che sono perdonati sono quelli che non si pentiranno”, dove si compete per la semplice sopravvivenza e si scambia l’anima per “tasche piene di sogni” (da Pocket Full Of Dreams). 

Bentornato a casa, Eric Wood.

© Riproduzione Riservata.