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DENTE/ "Io tra di noi", il Lucio Battisti della generazione iPod

giovedì 13 ottobre 2011

Lucio Battisti e Francesco De Gregori: banalmente quando si parla di Dente (il vero nome è Giuseppe Peveri) spuntano più o meno sempre  i nomi dei due giganti della canzone italiana degli anni Settanta. Sì, i rimandi ci sono, è evidente soprattutto in certi brani del nuovo “Io tra di noi”. E allora? Sono rimandi che fanno solo onore al giovane cantautore originario di Fidenza, da tempo trapiantato in Lombardia, certe citazioni, perché dimostrazione di uno spessore musicale che manca alla gran parte dei suoi coetanei. Citazioni musicali si badi bene perché la forza di Dente, oltre alle belle canzoni,  è quella di un linguaggio lirico originale e vincente, brillante a modo suo e che nulla ha che vedere con quello dei musicisti prima citati.

E non potrebbe essere altrimenti, visto che Dente è figlio di questi tempi moderni, che nulla hanno a che spartire – nel bene ma soprattutto nel male (quest’ultimo è ciò che caratterizza i giorni nostri, male inteso come smarrimento, vuoto, mancanza di un punto di riferimento, fosse solo l’amore e non certo la politica) – con i tempi dei Battisti e dei De Gregori.
Confuso, fortemente ironico, anche cinico, ma estremamente realista. Dente è la voce del Terzo Millennio, dei figli dell’iPod e di Facebook: “Più che il destino è stata l’adsl che vi ha unito” canta. Geniale. E dannatamente vero. Nelle canzoni di Dente, soprattutto, c’è un senso dell’assenza che spiazza e che pone domande, anche inquietanti, all'ascoltatore: “Mi mancano le cose che non ho mai avuto”, un altro dei  suoi colpi di genio lirici. Come geniale è già il titolo del disco, “Io tra di noi”: io sono un altro, un altro che si mette in mezzo a me e a te.

I debiti con il Lucio Battisti, quello meno melodico e più ritmico, il minimalismo sonico che ha caratterizzato certe pagine dello scomparso musicista,  li paga con un brano come Saldati, mentre Due volte niente esprime invece la grande forza musicale di un piccolo uomo che non ha niente da dimostrare, perché in possesso di una sua forza.
Se un riferimento allora si può fare, Dente potrebbe essere il controcanto maschile di Cristina Donà, l’altra voce brillante declinata al femminile della migliore canzone d’autore degli anni più recenti: entrambi ugualmente disincantati, capaci di raccogliere le briciole di una storia musicale lunga quarant’anni e di raccontare la quotidianeità anche quella banale, che è impossibile celare per quanto ci si sforzi, annebbiati e annichiliti da quanto ci piove addosso ogni giorno.




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