Musica e concerti
mercoledì 17 febbraio 2010
Mentre un po’ in tutto il mondo la riflessione sulla musica pop e rock fa ormai parte della fascia “alta” della cultura ufficiale, l’Italia, forse più miope che classica, resta a guardare. Il rock e, più in generale, la canzone popolare rimangono fuori dalla maggior parte degli atenei come un elemento estraneo alla cultura, come un incidente di percorso, come un sottoprodotto della contemporaneità, un po’ come i fumi di scappamento del motore a scoppio. Per fortuna c’è qualche segnale positivo. All’Università di Bologna sta infatti per avviarsi un corso dedicato alla canzone, un programma con tanto di crediti per gli studenti dopo due anni di gestazione “sottotraccia”. Lo tiene Francesco Giardinazzo, studioso di Dante e della Commedia e docente di letteratura americana a Forlì: da lui ci siamo fatti raccontare i segreti di questo corso così eccentrico rispetto alle abitudini togate degli atenei nostrani. Il corso universitario Forme e Stili della Lingua poetica nella Canzone Italiana Contemporanea giunge quest'anno alla sua terza edizione: possiamo fare un po’ di storia di questa iniziativa? La nascita di questo corso universitario è subordinata alla fondazione del Centro Internazionale della Canzone d’Autore, sull’iniziativa di Davide Rondoni e Lucio Dalla, e la collaborazione di molti colleghi che hanno creduto alla necessità di prestare maggiore al mondo trascurato della canzone. C’è anche da dire che in una regione come l’Emilia Romagna, che ha dato così tanto alla musica, sembrava almeno paradossale che l’incontro con la musica in ambito universitario non trovasse un luogo di confluenza. Canzoni e cantanti all'Università: siamo sicuri che sia l’oggetto giusto al posto giusto? L’università oggi deve saper rispondere al cambiamento senza snaturarsi, e per questo motivo credo che il posto possa diventare quello giusto a patto di rispettare i ruoli: io sono un docente, non un dj. Certamente la "canzonetta" non è molto amata nei chiostri delle università. In fondo, è come riproporre un divario, che credo altrove superato, fra cultura “alta” e cultura “bassa”, o peggio ancora, fra “aristocratico” e “popolare”. Si corrono certamente dei rischi, ma i rischi a cui penso riguardano la possibilità di costruire una riflessione attendibile su questo genere di “documenti”. Quest’anno hai deciso di dedicare il corso all’utopia nella canzone d’autore, come mai? Utopia non è un termine ormai consegnato al passato?
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