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INTERVISTA/ Tom Russell, il rocker texano commosso da Guadalupe

giovedì 18 febbraio 2010

Quando era uscito "Blood and Candle Smoke", l’avevo ascoltato con grande emozione: mai come in questo disco Tom Russel, texano, uno dei grandi e solitari songwriter degli ultimi decenni, era riuscito a colpire al cuore.
Già quella copertina con santini e candele poteva incuriosire, ma la prova dell’ascolto era vincente e definitiva, con tante canzoni che raccontano vita e poesia, frontiera e povertà. Ho cercato Tom per chiacchierare con lui, per farmi raccontare cosa si nasconde nelle canzoni di questo musicista di cinquantotto anni, laureato in criminologia (da cui una delle canzoni del disco, Criminology) e amico di tutti i poeti della beat generation, da Ferlinghetti a Bukovskji. Ecco cosa mi ha risposto dalla lontanissima El Paso, la città dove vive da oltre dieci anni.

Tom, dopo venticinque anni dal tuo esordio, hai estratto dal cappello questo "Blood and Candle Smoke". Cosa ne pensi: è il tuo capolavoro?

Cercando di essere oggettivo, direi che forse è il mio miglior disco da tanti anni a questa parte. Ha ottenuto grandi recensioni e commenti da parte di tanta gente e di giornalisti che di solito non mi seguivano per niente. Inoltre sta vendendo il doppio degli altri miei dischi, che non guasta.
Credo che oggi la scrittura delle mie canzoni sia diventata più essenziale e precisa e inoltre la produzione complessiva del disco, grazie all’atmosfera dell’Arizona, l’ha trasformato in un album dal suono naturale, vicino alle radici della world music e credo dunque possa piacere ovunque, a un pubblico non limitato.

Certi racconti di questo cd mi ricordano Flannery O’Connor, Faulkner… Quanta letteratura c’è nella tua ispirazione?


Tanta, davvero tanta. Amo Flannery, Salinger e Graham Greene soprattutto. Credo che "Il nocciolo della questione" e "Strade senza legge" siano state una grande ispirazione per questo disco.
 
E l’amicizia con Charles Bukovsky quanto ha influenzato la tua musica?

 



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