Rubriche
giovedì 12 febbraio 2009
Martedi prossimo sarà presentato alle autorità statunitensi il progetto Chrysler-Fiat per ottenere ulteriori investimenti, per circa tre miliardi di dollari, da parte del Governo nella casa automobilistica di Detroit. Dei programmi, costi e benefici della joint venture non si hanno informazioni chiare sul sito della Fiat, e il contenuto dell’accordo non è noto se non sulla base di notizie di stampa.
L’amministratore delegato di Fiat Marchionne, in un contesto discorsivo, ma pur sempre pubblico, ha detto che la progettata partecipazione nell’azienda americana è come un biglietto della lotteria: il gruppo torinese lo farà for free, nessun costo e solo benefici... se la fortuna ci assiste. Che il gioco d’azzardo (esplicito) sia diventato l’ultima spiaggia della finanza?
Certamente, il contesto avrà influenzato l’atteggiamento dell’intervistato, ma si tratta pur sempre del The Wall Street Journal, e allora il messaggio va colto. Non penso che gli amministratori della società di Detroit presentino alla stessa maniera l'ipotesi di collaborazione con Fiat, dalla quale dipendono i destini dell’azienda.
I parlamentari Usa, infatti, stanno chiedendo prudenza nell’erogare altri miliardi di dollari di aiuti di Stato alla Chrysler: sarebbe difficile per il governo sostenere che il rilancio dell’economia passi in realtà per Las Vegas.
Ha scritto recentemente il Detroit News: «Come può un costruttore in un settore globale, dove i nuovi prodotti sono la chiave del successo, continuare a investire quando sia il proprietario che il futuro socio estero rifiutano di mettere un solo dollaro?».
Ma l’atteggiamento di Marchionne è sintomatico. Una grande operazione, che coinvolgerà centinaia di migliaia di operai e famiglie, è per lui un grande gioco, una scommessa: l’eventuale fallimento è solo un possibile risultato, non un personale insuccesso.
Nel frattempo, il suo compenso e i suoi bonus, e la sua stessa posizione, non sono in discussione. Lo scorso anno, lui e Montezemolo hanno incassato 14 milioni di euro di compensi. Pensano di ridarli indietro, di utilizzarli per sostenere la produzione, per alleviare la cassa integrazione (altri soldi pubblici, ricordiamo)?
Vogliono, loro, aiutare la Fiat? Per farlo basterebbe impiegare i loro compensi sottoscrivendo nuove azioni.
A casa, in Svizzera, Marchionne ha convertito in azioni l'intero emolumento da vicepresidente di UBS - colà di soli 250 mila euro. E in Italia? Montezemolo, giustamente preferisce investire nei trasporti ferroviari, sui binari: di Stato, ovviamente.
I risultati brillanti di Fiat nel 2007, sulla base dei quali hanno costruito la loro immagine, erano evidentemente fragili, provvisori - chiamarli falsi sarebbe esercizio di logica aristotelica, perché gli eventi futuri (un anno dopo) appartengono al caso, e non al novero delle competenze che vengono richieste a chi pretende di guadagnare centinaia di volte lo stipendio di un suo collaboratore.
Per assicurarseli, su La Repubblica, Marchionne precisa: «Per quanto difficile, il 2008 si chiuderà per il gruppo con un significativo risultato economico e con un trading profit che sarà il più alto nei 109 anni di storia della Fiat».
Ma allora, le cose vanno bene o no? Ha bisogno o no del nostro aiuto (questo significa di Stato) la Fiat? Gli operai perché sono preoccupati? E se la preoccupazione fosse per i dividendi della famiglia Agnelli? Quelli distribuiti nel 2008 sono stati regolarmente incassati e messi da parte. Quelli del 2009 non verranno distribuiti.
Per il futuro, precisa a La Repubblica l’amministratore delegato: «Il 2009 sarà un anno carico di significato. Se la realtà ci cambia sotto gli occhi, anche noi dobbiamo cambiare, e cambiare di continuo. Questo vuol dire che nessuno può fare più conto sulle certezze di ieri. Sono convinto, oggi più che mai, che la più grande qualità della Fiat risieda nell'avere una squadra di leader che può dare prova di tutto il suo valore nel gestire questa fase».
E sì, non sarà difficile gestire questa fase, basta aver chiesto soldi in prestito alle banche , che nel frattempo li hanno chiesti allo Stato (sempre NOI), e assicurarsi gli incentivi al settore da parte del Governo italiano.
Ci si potrà poi presentare giorno 17 a Detroit con qualcosa in mano per chiedere, insieme ai manager americani, soldi ad Obama.
Ma, per fortuna, a Marchionne non si applica la legge Usa e i limiti ai compensi (500.000 dollari, pare), che saranno imposti ai colleghi americani, per decenza oltre che per obbligo, non lo riguarderanno. Come non lo riguardano i 263 milioni di perdite per derivati legati alle stock option .
E il cambiamento del 2009? Riguarda solo tutti noi italiani-residenti che, grazie agli aiuti all'industria, daremo un piccolo contributo affinché il compenso dei vertici Fiat non venga messo in discussione, neppure in un anno, nel quale molti di noi non avranno i soldi nemmeno per cambiare le gomme della vecchia Fiat. Altro che cambiare auto.
Infatti, nonostante il contributo per la rottamazione, occorrerebbe pagare il costo della macchina con soldi. E se una volta potevamo pensare di ottenere un prestito dalla nostra banca, ora no, il finanziamento ci sarà senz’altro negato, perché dopo tutto le banche hanno già dato tutto… a Marchionne.
L'accordo commerciale Fiat Chrysler doveva essere,per quanto concerne l'aspetto economico un tramopolino di lancio, soprattutto per le ricadute positive sulla produttività e sull'occupazione. Ma a quanto pare la Fiat torna a fare la Fiat,chiedendo sostegno allo Stato e speculando sull'economia di una intera nazione nonchè sui dipendenti che oggi giorno sono veramente esausti di queste situazioni. I problemi che affligono il settore dell'auto oggi giorno sono veramente molti, uno su tutti la sovraproduzione, infatti molte nazioni Europee come Francia e Germania hanno alterato il settore dell'auto con dei sussidi che portato al fenomeno della sovraproduzione. Penso sia arrivato il momento di dire basta a tutte queste speculazioni da parte della Fiat;lo Stato deve si sostenere la Fiat ma non più come in passato,ma in modo innovativo magari unendo le proprie forze economiche per proporre qualcosa di nuovo ed innovativo dando uno sguardo all'ambiente e soprattutto all'occupazione che oggi è il vero male che affligge i cittadini italiani e soprattutto noi giovani.
Ci risiamo, come al solito, chi paga i conti alla fine, sono sempre i poveri cittadini. Non bastava già la crisi economica a angustiare i piccoli risparmiatori e le famiglie meno agiate, ora si ci mette anche la Fiat. Nonostante gli effimeri incentivi, ecologici e alla rottamazione, all'acquisto di nuove autovetture mi sembra che chi aveva pochi soldi resta con quelli, se non va a peggiorare la situazione, mentre chi ne ha tanti da regalarne, continua ad aumentare il proprio rendiconto. Ma perché nel nostro Paese chi fa poco, vedi calciatori o presentatori televisivi, hanno tutto da guadagnare e chi invece si adopera per la comunità, vedi le forze dell'ordine, ricevono solo il minimo per arrivare a fine mese (e a volte neanche quello)?
L'ironia del prof. D'Atri è pienamente giustificata. La logica degli aiuti non ha mai consentito la formazione di un autentico mercato né in Italia né in America, che pure è la madre del capitalismo. La FIAT ha attuato costantemente la massima della privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite; né la Chrysler è stata da meno, poiché è stata generosamente aiutata dal governo yankee. Il problema del settore auto è che soffre di una cronica crisi di sovraproduzione e di conseguenza gli incentivi per sostenere le vendite è un palliativo momentaneo, effimero che deprime altri segmenti collaterali del mercato, le auto usate, le riparazioni e non consente di attuare le uniche politiche aziendali valide: il taglio della produzione e la ristrutturazione qualitativa del prodotto. In termini più chiari piuttosto che dispedere risorse a pagare emolumenti milionari a Marchionne e gli altri mega-manager delle aziende in crisi (ma anche di Paolo Bonolis, anche se è un altro discorso, altrettanto scandaloso ...) come l'ineffabile Colannino che intascherà una parcella astronomica per aver accompagnato l'Alitalia a fallire nelle mani della CAI, bisognerebbe diversificare il prodotto, incentivare la ricerca e la produzione di vetture con motori a propellenti non inquinanti e non derivati dal petrolio. Gli investimenti per la diversificazione del mercato potrebbero avere un effetto positivo sull'occupazione e magari premiare nuovi soggetti meno legati a logiche parassitarie.
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